Dimenticate gli Eroi

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Guardo una fotografia e mi vengono in mente solo domande.
La mia mente è come una lavatrice: i pensieri volteggiano disordinatamente e soprattutto ho mischiato le idee bianche con quelle nere ma, razionalizzando, so che in mezzo c’è un mare di grigio e vorrei trovarlo e mostrarlo.
I pensieri hanno bisogno di essere stesi al sole ad asciugarsi, così da trovare una risposta concreta che sia, più che altro, una riflessione.
L’avvelenata è il nome della mia rubrica che inizia oggi. Rubo così a Guccini gli imprechi magistrali e memorabili contro chi si vende al migliore offerente.
Io sono una delle tante Avvelenate, che per umiltà o narcisismo, scrive qui di progetti, di personaggi e di storie che mi entusiasmano o indignano nella fotografia presente passata e futura.
Un’opinione avvelenata, in fondo, non ha mai ammazzato nessuno.

Claudia Gori

 

DIMENTICATE GLI EROI

Pulitzer 2014, sezione fotografia. Hanno vinto due reportage scattati da foto giornalisti del New York Times.

credit: Tyler Hicks

Tyler Hicks ha coperto l’attacco terroristico nel centro commerciale di Nairobi: corpi stesi in un supermarket, persone nascoste per scampare alla sparatoria, militari che si aggirano tra le stanze armati di fucili; è un reportage scattato secondo per secondo, durante una sparatoria, eppure c’è un silenzio da set cinematografico nelle sue immagini. Josh Haner ha raccontato la riabilitazione di Jeff Bauman che perse entrambe le gambe nell’attentato alla maratona di Boston scavando nel profondo di un trauma; sono foto intime e delicate, estremamente rispettose, scattate nell’arco di mesi.

credit: Josh Haner

Osservando con un minimo di perizia e di ammirazione al tempo stesso questi due lavori così diversi e distanti non solo geograficamente mi sono chiesta quale sia la cifra distintiva e caratterizzante per un reportage vincitore del Pulitzer. La risposta l’ho trovata all’interno della lettera che accompagnava il progetto di Haner Beyond the Finish Line: “i grandi fotografi hanno l’occhio, i fotografi migliori hanno l’occhio e la volontà di raccontare nel profondo una storia. Le ore spese ad parlare con Jeff Bauman, con la sua ragazza, i medici, i familiari, lo staff che si occupava della sua riabilitazione e chiunque potesse fornire informazioni su cosa Bauman stava vivendo.” Benché siano le foto a rimanere della memoria delle persone, il reale valore aggiunto è il fotografo che paradossalmente scompare dietro ai suoi scatti. In pratica è il come si entra in determinate storie che determinerà l’intimità del fotografo col soggetto in questione e la propria invisibilità quando si tratterà di scattare in situazioni estremamente delicate ed emotivamente coinvolgenti. Ed è il come che determinerà un riconoscimento come il Pulitzer.

Mi sono tornate in mente le parole di Sebastian Junger che ha girato un breve doc biopic sull’amico e collega fotoreporter Tim Hetherington scomparso a Misurata nel 2011 durante gli scontri libici: “dimenticate gli eroi, Tim non era un “fotografo cowboy”, ma un uomo intelligente, colto e follemente innamorato dell’essere umano. Lui cercava le persone, non il territorio di guerra, né tantomeno il martirio sul campo.”

Pochi giorni prima dell’assegnazione del Pulitzer  è stata uccisa in Afganistan la foto giornalista di Associated Press Anja Niedrighaus, che il Pulitzer lo aveva vinto del 2005 con un bellissimo lavoro svolto durante la guerra in Iraq.

Anja Niedringhaus

Ho pensato che troppo spesso si associa il foto giornalista all’idea che sia un cecchino affamato di distruzione e morte per poter portare a casa uno scatto degno del World Press Photo, ed è una cosa che toglie dignità e valore al reale motivo che spinge un fotoreporter a svolgere questo lavoro e a morirci, per questo lavoro. Un fotografo può essere spinto ad esercitare il suo mestiere nelle zone di guerra allo stesso modo in cui è spinto un medico. Per essere partecipante attivo, per mettere a disposizione la propria abilità ai fini di testimoniare. Un fotografo non salva vite, è vero, ma di vite ne arricchisce molte, ogni giorno. Perché ne è un interprete responsabile e come tale ha il potere e il dovere di raccontarci con le immagini ciò che noi non vediamo.

Ogni immagine è una storia, è il risultato di moltissime scelte ed ognuna di queste scelte è legata alla propria cultura, alla propria morale e alla propria onestà. Scegliere di inquadrare determinati soggetti e cose ed escluderne altri è come scegliere le parole della frase da pronunciare per raccontare una situazione. Scegliere la velocità con cui si scatta è scegliere la punteggiatura. Scegliere cosa mettere a fuoco è porre accenti e maiuscole. Nessuna di queste scelte può essere parziale, come non può essere parziale la responsabilità di ciò che si sta raccontando e di come lo si sta facendo.

E’ in virtù di questa responsabilità che non si può fare altro che provare ammirazione per chi, come Anja, sceglie questo lavoro, questa vita e questa morte. E se ci viene da pensare “io in Afganistan non ci sarei mai andato” non importa, non siamo migliori o peggiori di chi invece decide di andarci, non siamo meno coraggiosi o più intelligenti. Siamo semplicemente diversi, ma non per questo abbiamo una minore responsabilità.

 

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Claudia Gori

Informazioni su Claudia Gori

Sono nata nel 1986 in Toscana. Da bambina capisco di avere una buona dose di creatività che nascondo sotto al tappeto durante tutti gli anni di studi universitari (in giornalismo) che mi volevano seria e diligente e durante gli anni di tirocini e lavori veri che mi vedevano timbrare il cartellino e fare riunioni col capo. Poi ho scoperto che i tappeti sono pieni di polvere e assorbono troppa luce. Li ho tolti tutti e ho trattenuto solo qualche amico e una macchina fotografica. Adesso non ho tappeti a casa: fotografo per me, per un progetto editoriale che si chiama Anatomia dei Sentimenti e anche per chi da un prezzo alle mie foto, perché no.

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