Antigone: quando il carcere diventa web series

Pubblicato il da

Percorrere l’intero perimetro di una cella in un carcere vuol dire fare sei passi in orizzontale e otto in verticale. Vuole dire, nel dettaglio, vivere in 1,80 x 2,40 metri quadrati. È necessario premettere che qui non si entrerà nel merito della pena commisurata al delitto, non si dirà se e quanto è utile che un uomo viva in uno spazio così poco umano e non si valuterà il perché vi è finito lì, quali le colpe, talvolta inumane, quali le ingiustizie subite. La Treccani dice che càrcere è un sostantivo maschile e femminile e che deriva dal latino “recinto”, e definisce così il lemma “essere in c.”: persone private della libertà personale.

Il carcere, già solo a volersi fermare al suo significato è maschile femminile, laddove la parità di genere è davvero, inaspettatamente, rispettata, e poi è sia sostantivo ad indicare luogo fisico, che condizione di vita, di non vita, meglio, di privazione.

Ma il vero interesse qui è la curiosità artistica che uno spazio enormemente piccolo può generare. Da sempre l’uomo si interroga su cosa sia la libertà, quale sia il modo giusto per abitare la libertà, e spesso, come succede in ogni campo della complessità umana, ci si accorge di qualcosa nel momento in cui manca.

Dando per scontato di conoscere “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria e che la luce gialla sia ancora nei nostri occhi mentre guardiamo “La Liberazione di San Pietro” di Raffaello, negli ultimi anni una certa attenzione artistica si è concentrata sulle carceri e, fortunatamente, su coloro che ci vivono.

Solo en passant, negli Stati Uniti, dove tutto è seriale, corrotto e fashion al tempo stesso si registrano: “Oz”“Prison Break” e “Orange is the New Black”. È del 2012 “Cesare non deve morire” dei fratelli Taviani, Orso d’oro a Berlino, un film documentario che ti strappa via la carne e te la ricuce addosso a forza di dialoghi Shakespeariani nel carcere di Rebibbia; e poi ci sono i così detti “prodotti collaterali”: la linea di vestiario Made in Jail e per citarne una su tutte la stazione radiofonica RadioCarcere.

Di molto nuovo e, diciamolo subito, estremamente ben fatto c’è una web series che si chiama Antigone. Durante il regno incontrastato dei The Pills, pare sia possibile che il web, questa nostra prigione senza limiti, si produca in serie di qualità artistica, di spessore morale e anche originale.

Chiara Battistini e Paolo Bernardelli, produttori, sceneggiatori e registi della serie, hanno più o meno la stessa età di Antigone, l’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” che promuove elaborazioni e dibattiti sul modello di legalità penale e processuale del nostro Paese ).

Antigone, la protagonista della tragedia di Sofocle, pare che di anni ne avesse molti di meno, ma che, contravvenendo agli ordini del Re di Tebe, Creonte, decida di dare giusta sepoltura al fratello Polinice e per questo trascorrerà il resto della sua vita in una grotta.  La tragedia, l’associazione e la web series hanno in comune non solo il nome ma il fatto di essere intimamente legate dall’imprescindibile e totalizzante necessità di raccontare quello che accade in una cella grande sei passi e quello che può avvenire intorno.

“Ogni individuo ha diritto ad essere protetto dalla legge”, Chiara e Paolo lo scrivono dovunque, all’inizio del pilot online su You Tube, nella pagina Facebook e tutte le volte che glielo si chiede.

Il primo episodio di Antigone ti imprigiona a sé principalmente per due motivi: è ben fatto, ed è asciutto, privo di orpelli retorici o colori instagrammati. Il che, anche se sembra molto poco, è invece una cifra essenziale in un’epoca di urla sbraitanti e di smalti fluo. Un corridoio, i contorni degli spazi esatti, tagliati con una lama affilata, così come i volti delle protagoniste, Karina Arutyunyan, Valeria, e Aferdita Arapi, che interpreta Luce. La fotografia è scura, i dialoghi precisi, coordinati, senza sbavature, quasi asettici nonostante gli argomenti siano come macigni. Sono loro le due volontarie promotrici dei diritti delle persone ristrette. Nelle carceri della Lombardia si prova a garantire l’assistenza legale e civile dei detenuti.  In ogni episodio le due donne si scontrano con una storia diversa: un detenuto che chiede il loro aiuto esterno per risolvere una specifica necessità. Nel primo episodio è il volto di una bellezza che solo un certo Sud America sa restituire, di Cèsar Brie, attore e attivista di Argentino che è Miguel. Le storie personali di Valeria, docente universitaria in filosofia del diritto originaria dell’est Europa, e di Luce, giovane praticante avvocato, si allacciano, si mescolano e si fanno reali con quelle degli assistiti, laddove ogni confine è al tempo stesso labile e rigido, ogni speranza è inutile ed essenziale.

Antigone, la serie, ha la potenza e insieme la grazia di una ragazza che vuole dare giusta sepoltura al fratello, e di un’associazione che combatte per i diritti di altri. È uno di quei prodotti che da questa prigione degli anni dieci non ti aspetti, e invece è lì, con i suoi occhi puntati su di te a chiederti quanti passi ci vogliono per percorrere la tua stanza.

Buona visione.

 

Questo articolo è stato pubblicato in web series e contrassegnato come , , , , , , , da Giulia Maria Falzea . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Aggiornato alle ore 11:32
Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
ipse dixit

Alfano parla di carcere per chi sceglie l’utero in affitto. Ma il ministro lo sa che in Italia questa pratica è già vietata dalla legge 40? continua

Monica Cirinnà, relatrice del ddl sulle unioni civili
21 aprile 2015 | Giovedì 23 aprile – ore 18,00 Libreria Ibs Via Nazionale, 254 – Roma Presentazione del libro “Il Creasogni” di Simone...