Destro e Chiellini, lui è peggio di me

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Leonardo ha 14 anni e oggi l’ho visto discutere col cassiere del supermercato. Leo romanista, il tipo della Coop juventino. Discettavano nel merito del cazzotto sulla tempia sinistra del difensore Davide Astori da San Giovanni Bianco sferrato dall’attaccante Mattia Destro da Ascoli Piceno nel corso di Cagliari-Roma, partita disputata nello stadio Sant’Elia e vinta dagli ospiti proprio grazie a una tripletta dell’attaccante che avrebbe dovuto – diciamo potuto, visto che la decisione è a discrezione dell’arbitro – essere espulso (sullo 0-0) per un gesto idiota (il pugno) cui se n’è aggiunto uno subdolo (la simulazione).

Ma l’arbitro, tale signor Davide Massa da Imperia, direttore di gara internazionale, non ha visto. O, meglio, dice di non aver visto. Sei nella testa del trentatreenne bancario ligure per affermare il contrario? Al massimo puoi giurare che indossava una maglia gialla stile Tour de France, di più non puoi dire. E allora? Siamo da capo a dodici, ma ritornando a Leonardo e al cassiere, viene da pensare: se il dipendente addetto all’incasso non è del Cagliari, perché discutevano? Presto detto! Il romanista, Leo – rappresenta pure gli altri in questo frangente – asseriva che il “suo” beniamino aveva più o meno emulato il comportamento di un difensore della “vecchia signora”, tale Giorgio Chiellini da Pisa, definito dai più un “impunito picchiatore”. E dunque la “sua” punta picena non avrebbe dovuto essere sanzionata per il semplice fatto che pure l’altro, che dicono ne combini più di Carlo in Francia e picchi più d’un fabbro, mai viene punito.

Così s’è innescata una diatriba infinita, ed è intervenuto persino un contadino di passaggio, il signor Lorenzo, pronto a rammentare un non meglio precisato episodio, a sua detta simile, è avvenuto alla fine degli anni Sessanta. Non osiamo entrare nel merito, lo hanno fatto altri prima di noi, in maniera genuina, schietta o partigiana poco importa. Per la cronaca sappiamo che il giudice sportivo ha appioppato all’aspirante pugile una pena non esemplare ma rigida, secondo il consueto iter giuridico; la squadra che ha vinto farà ricorso perché ritiene ingiusta la pena, confortata dal fatto che “il caso farà giurisprudenza”; la squadra che ha perso s’accorge che il suo giocatore, ammonito – per aver “reagito” al cazzotto – e visto in questo caso dal fischietto ligure, adesso è entrato in diffida, e dopo aver giocato la quasi totalità della partita in oggetto col timore di subire un’altra ammonizione, quanto prima salterà una partita per squalifica perché un difensore, bene o male, un “giallo” lo “becca” sempre; infine, abbiamo avuto pure la conferma che gli italiani preferiscono adirarsi per una telenovela calcistica come questa che per la spending review.

Che poi io pure avrei qualcosa da dire nel merito, perché Matteo Renzi da Firenze parla-parla ma poi i suoi uomini della Leopolda di Viterbo ancora mi devono pagare un lavoro, ma questa è un’altra storia e non sto qui a tediarvi. Comunque è vera, e sottolineo pure che il lavoro gli era pure piaciuto tanto. Mera consolazione scoprire che qui, da noi, si va avanti così. Coi furbi che non pagano e i fessi che lavorano-lavorano spesso neanche per un soldo di cacio. Che qui, da noi, il violento passa impunito e il signore che non simula resta uno scemo del villaggio. Perché se sei buono, la gente non dice “quanto è buono quello”, ma s’approfitta perché è un gran fesso.

Lucio Dalla da Bologna sarebbe andato ai pazzi per una storia come questa. Immaginava che “senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età”. Ma è ancora presto, caro Lucio.

http://youtu.be/uMXKvCFWx3Y

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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