Parità di genere, ma anche no

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Foto: Claudia Gori


Pare che una generazione di donne nate in un paese industrializzato tra la metà degli anni 70 e quella degli 80 non abbia poi molto da chiedere. Le loro madri hanno bruciato reggiseni per loro, hanno manifestato, si sono fatte picchiare e poi hanno preso marito in abito bianco. Sono anche diventate Brigatiste e Presidenti della Camera e capitani di industria e addirittura camioniste. E hanno preso decisioni fondamentali rivendicando i propri diritti, più per se stesse, a guardare le cose a trent’anni di distanza, che per le loro figlie e nipoti.
Questi trent’anni che hanno diviso le loro esistenze e hanno creato, in molti casi, una distanza generazionale profonda e radicata, tanto quanto lo era quella con le madri delle loro madri che si sposavano vergini e con la dote.

Che poi, è giusto dirlo, sono le stesse donne indipendenti e cazzute che hanno generato stuoli di trentenni uomini insicuri e vulnerabili, che non hanno ben capito che ruolo hanno al mondo, come maschi, prima che come figli ed eventualmente, per sbaglio, padri.
In questo spazio, che è mio e me lo gestisco io (si fa per ridere) non si vuole manifestare un femminismo becero e anacronistico e si è fermamente convinte che le donne hanno perso quando ad esempio non riescono più a vedere la bellezza e la sottigliezza psicologica di alcuni film pre 68 in cui una biondissima Marylin Monroe cerca di sposare un milionario.

Hanno perso quando il femminismo è un’arma impropria, quando l’ironia è vietata e il corpo è un santuario, hanno perso anche quando inneggiano ad una parità di genere che no, non esiste. Ma per non fare delle opinioni un vezzo ci sono un paio di mappe da analizzare.

Quella delle donne in politica nel 2014, appena pubblicata dall’Onu e dall’Unione interparlamentare. 21,8% è il record raggiunto dalle donne parlamentari nel mondo e in 46 Paesi il 30% delle parlamentari è donna, Italia inclusa. I ministeri di appannaggio femmineo sono quelli di istruzione, questioni sociali e pari opportunità ma anche, sempre di più, di difesa e affari esteri.

Buon notizie quindi: l’altra metà del cielo è lì che spinge insolente e si fa strada.
E poi, c’è un’altra cartina, scoraggiante e tutta italiana: è la densità di obiettori di coscienza, o per dirla meglio, di quei medici che si rifiutare di praticare aborti. Quando penso ad un obiettore mi viene sempre in mente una frase di Don Lorenzo Milani che dice così: «Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto». Ecco questa frase mi fa pensare alla libertà, al diritto di scegliere.

E non mi riesco davvero a spiegare cosa spinga un numero impressionante di medici, presumibilmente scienziati, a fare la parte di Dio con il corpo di un’altra, una che, per svariate ragioni, affronta l’intervento più doloroso di tutti. Ma che diavolo ne sapete voi di cosa vuole dire sentirsi strappare via dal corpo un altro corpo, perché non si può magari o non si vuole, perché la volontà è sovrana e rispettabile?

La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7 per cento di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove gli obiettori sono l’85,2 per cento, quindi dalla Campania con l’83,9 per cento e dalla Sicilia con l’80,6 per cento di obiettori.
Nel nord la provincia di Bolzano è quella in cui l’obiezione è più diffusa con l’81,3 per cento, seguita dal Veneto con un tasso di obiezione del 76,7 per cento. In tutto il paese la percentuale non scende mai al di sotto del 50 per cento, tranne per la Valle d’Aosta dove gli obiettori sono il 16,7 per cento.

Sono numeri che fanno ribrezzo, che fanno scempio delle battaglie, dei reggiseni bruciati e degli abiti bianchi e infatti l’Europa, che già ci guarda come una madre guarda il figlio scemo ci ha ripresi ancora e ancora e per giunta l’8 marzo: “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”, ha dichiarato il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, rispondendo a un ricorso presentato nel novembre 2012 dalla Cgil insieme ad altre associazioni tra cui l’International planned parenthood federation european network.

Altri dati ci dicono che la legge 194 che ha la maturità per essere donna (35 anni) ha fatto anche in modo che si abortisse meno: nel 2012 abbiamo raggiunto il minimo storico, 105.968 interruzioni, meno 4,9% rispetto al 2011, meno 54,9% rispetto al lontano inizio. E in nessun paese le minorenni restano incinte così poco.

E poi c’è Ru 486, che sempre sia lodata, una pastiglia che presa come un qualsiasi altro farmaco permette un aborto “indolore”, ma pare che questo non sia consentito, che il dolore sia parte della vita e allora tutti a contestare la Ru 486, sempre nel nome di giocare a fare Dio con il corpo mio.

Questa è la generazione di trentenni fragili ed estremamente rigide e invulnerabili anche in quei giorni: una generazione che vorrebbe rivendicare il diritto sì di essere donna, madre e zia e di abortire ma di poter dire soprattutto che la distinzione di genere esiste ed è sacrosanta, se ognuno facesse solo del proprio corpo e della suddetta volontà terreno fertile dove crescere la libertà.

Le foto che seguono sono di Claudia Gori e raccontano di questa generazione alla quale apparteniamo e non vogliamo sottrarci.
Il sito di Claudia Gori è: http://claudiapiuuno.wordpress.com/

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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