Migrazione sentimentale e Sochi 2014

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Succede, e non di rado che la migrazione non sia solo un movimento fisico, da un posto all’altro, da un paese a quello nuovo o da un quartiere ad un ghetto. Succede che, e succede ogni giorno, qualcuno decida di migrare in senso non propriamente o non solo fisico. Capita quindi che il movimento sia con la mente e con il cuore. Questa, che mi permetto di intitolare “migrazione sentimentale”, è comunemente nota come omosessualità.

Pur di non far sembrare il paragone forzato mi concedo una brevissima digressione mentale: chi migra dal proprio paese lo fa, quasi sempre, a causa di un conflitto in corso o per la mancanza di risorse atte al sostentamento. I conflitti, e l’avere una certa fame di conoscenza del sé, è propriamente quanto spinge una persona a comprendere la propria natura sessuale. Non che si voglia necessariamente modificare il proprio corpo, inteso come paese d’origine, piuttosto si vuol cambiare l’approdo, cioè il corpo altrui. Il desiderio di una vita migliore poi è il medesimo per entrambe le categorie. E infine, per lo più si migra per amore: di una famiglia lontana, della propria libertà e anche, paradossalmente, della propria patria. Proprio quello stesso amore che spinge a dire: sì, sono gay.

Sì, sono gay: sono un migrante sentimentale. Ed ecco perché dover assistere in questi giorni di Olimpiadi Russe a rivendicazioni di questo e a negazioni di quello fa sembrare questa naturale migrazione sentimentale una morbosa attitudine alla diversità. Da che esiste il mondo la gente si muove, per curiosità o necessità, e si muove in senso lato, con il corpo e con il resto. Quello stesso movimento che fanno gli olimpionici tedeschi, con le tute arcobaleno del Gay Pride (per inciso i colori non sono affatto casuali e vogliono dire: sessualità, vita, salute, luce del sole, natura, magia, serenità e spirito) nella sfilata inaugurale , oppure sono i video dalla Norvegia con una bionda statuaria a ribaltare il cliché della nordica smutandata che bacia un’altrettanto bellissima bruna o ancora l’allusione del video Canadese (visibile in fondo all’articolo) e poi c’è l’Italia.

L’Italia ha la faccia fintamente distesa di Enrico Letta, premier in caduta che, ironia della sorte verrà forze scalzato da una disciplina olimpica, la staffetta. L’Italia con quella sua faccetta ipocrita, perbenista, che partecipa ai giochi senza batter ciglio perché c’è il rischio che venga candidata alle prossime Olimpiadi, che si possa scrivere sul bilancio Roma 2018, mentre la capitale per un po’ di pioggia si riempie di buche, manco fosse un campo da golf. L’Italia che fa il suo gioco, che gioca per non scontentare nessuno e non prende posizione: come a dire non mangio dolci ma al tiramisù non resisto.

Ci presentiamo, ancora una volta, privi di nerbo, di qualità decisionale, di facce che dicano, no, io non c’ero ai giochi di Sochi. Non ci basta mai la storia: a noi di Berlino 1936 e di Owens e le sue quattro medaglie d’oro non importa, per noi quello che conta è sederci tra i padroni di casa e sorridere sornioni. Mentre in Uganda, in quello che ci piace chiamare terzo mondo e quindi medaglia di bronzo, si manifesta contro l’omofobia di stato o negli Stati Uniti Michael Sam, uno dei più promettenti giocatori di football dice sono gay.

Se lo facesse uno dei nostri calciatori sarebbero smentite e bacchettate di mani, il solo, lungimirante nel suo essere rozzo come un panzerotto barese Antonio Cassano, provocato a dovere, ebbe l’ardire di dire: “Perché, stanno froci in squadra? – ma, aggiunse – Se ci sono, problemi loro”. Probabilmente, il termine “problemi” non è esattamente il più congruo, ma è come chiedere a un canguro di stare fermo sul posto. E Cassano nel suo filosofeggiare barivecchiota è stato più sveglio e consapevole di un Enrico Letta e del suo staff.

Lo sport è quel posto in assoluto dove la promiscuità regna sovrana e vorremmo non dover giustificare e puntellare ogni volta con dei video, delle tute colorate, degli articoli come questo, la legittima e quanto mai auspicabile migrazione sentimentale, perché migrare, talvolta, fa bene non solo al corpo, ma soprattutto al cuore e alla mente, aperta.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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