Italiani brava gente: come si sta dall’altra parte

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«L’odierna dismisura nell’immigrazione mette in pericolo la nostra libertà, la sicurezza, il pieno impiego, il nostro paesaggio e, infine, il nostro benessere. Treni sovraccarichi, strade intasate, pressione sui salari, criminalità e masse di stranieri che vivono a spese dell’assistenza pubblica e di altre istituzioni sociali».

No, a scrivere non è Borghezio e non si parla di “sporchi negri”. Questo è un documento dei promotori di un referendum in Svizzera e si parla di Italiani. Italiani brava gente, italiani dal cuore d’oro, ma adesso via di qui e velocemente, senza lasciare traccia.
E no, non è una proposta del 1958 ma un referendum che si terrà il 9 febbraio 2014 in Svizzera per ridiscutere il trattato con l’Unione Europea per la circolazione della merce e delle persone.
Quello che invece riguarda Borghezio, Salvini e i suoi è che l’eventuale vittoria del referendum elvetico riguarderebbe soprattutto i “padani”, che, pur bevendo acqua di fiume, non si salverebbero dall’espulsione. I frontalieri lombardi sono immigrati.
Come ci si sente da questa parte della barricata?

Solo lo scorso anno la Svizzera, infatti, ha rifiutato con un referendum popolare la naturalizzazione facilitata per gli stranieri della seconda e terza generazione: chi non possiede il passaporto rossocrociato non può partecipare alla vita politica del Paese

Lisa Tetzner nel libro «Die schwarzen Brüder» cioè “I fratelli neri” raccontava la vita trista degli spazzacamini italiani, neri di fuligine, poveri e senza diritti.
Le similitudini tra la Svizzera, questa sorellastra ricca che ci guarda sardonica, e l’Italia, cenerentola per cui è sempre mezza notte, non sono così peregrine: la prima infatti diventa terra di migrazione solo verso la fine dell’Ottocento, dopo essere stata un Paese di emigrazione per secoli. Così l’Italia che ha solo una ventina d’anni di esperienza.
Dopo la prima guerra mondiale la Svizzera adotta misure restrittive nei confronti dei migranti ma con il boom economico del secondo dopoguerra si aprirono le porte agli italiani ignoranti e sporchi ma abbastanza forti per lavorare in fabbrica e dormire in stanzette di 20 metri quadri.

E sebbene la famosa storia degli italiani che ce l’hanno fatta risuoni adesso come il memento di una terzomondista ansiosa, pare che gli svizzeri non la vedano proprio così: le radici rabbiose, nere di un albero assassino che strozzano la Svizzera non lasciano molto spazio all’interpretazione di quello che questo gruppo pensa degli stranieri, italiani compresi.
Il Bimgo Bongo di Borgheziana memoria o l’idea meravigliosa quanto vagamente masochista di “pulirsi il culo” con i Minareti, sembrano solo butàd di un anziano iroso, in confronto alle disposizioni che richiede nostra sorella ricca.

Nel 1950, 140.000 italiani costituivano il 49% della comunità straniera censita, nel 1955 avevano raggiunto le 160.000 unità e il 59% del totale degli stranieri, vent’anni più tardi avrebbero superato quota 570.000. Nel quadro degli accordi del 1948, l’immigrazione veniva concepita come un fenomeno temporaneo e vincolato al lavoro.
Ma le somiglianze tra noi e loro, poco sapendo oramai, chi siamo noi e chi sono loro, non finiscono: gli immigrati, infatti, entrarono in Svizzera come turisti, rimasero anche clandestinamente per alcuni mesi, impegnandosi a trovare un datore di lavoro disposto ad assumerli e regolarizzarli. Dove l’ho già sentita questa?
Abitavano in zone ghettizzate, in baracche fatiscenti e, non conoscendo la lingua, faticavano a stabilire contatti con la popolazione locale, subivano restrizioni legislative, non potevano cambiare lavoro e avevano accesso limitano ai diritti sociali e assicurativi. E questa dove l’ho letta invece?
Per chi è partito cinquant’anni fa ci sono ancora problemi di inserimento anche se al raggiungimento dell’età del pensionamento decidono di rimanere a vivere in Svizzera per stare vicini ai propri figli.

Le seconde generazioni invece, nate e cresciute in Svizzera, parlano le lingue nazionali e hanno pienamente adottato usi e costumi elvetici. Ma la popolazione elvetica ancora non dimostra di averli pienamente accettati.

Che questo referendum farà cambiare le cose o meno, in fondo, poco importa: inaspettatamente si può finire dall’altro lato, non essere più i padroni bianchi ma i figli di una sorella povera e scalza. La fratellanza non ci garantisce un trattamento migliore di quello che noi riserviamo ai nostri migranti, che proprio perché nostri andrebbero tutelati e non ricacciati indietro.
Quando a darci un calcio ben piazzato sono i nostri cugini elvetici siamo pronti ad imbracciare la carta dei diritti dell’uomo, in gergo Dudu (per una volta non il cane) e a gridare all’ingiustizia alla mancata parità di diritti.
Eccoci: le nostre facce da italiano in gita, che invece cerca lavoro, che invece pretende diritti. Eccoci tutti. Come si sta dall’altra parte?

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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