Cos’è lo Ius soli (e perché è giusto)

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Foto tratta dall’account berther di Flickr

Un mese dopo, e Natale, a parte le luci e i panettoni con i canditi, vuole dire nascere. A nascere nessuno ci prepara: lo strappo dalle calme acque all’aria fredda è una scelta che non facciamo. Non facciamo neanche la scelta di nascere in un posto piuttosto che in un altro. Ad esempio nessuno ci dice che nasceremo in un ospedale, in un barcone, in una clinica privata e neppure in una grotta. Eppure nasciamo in un giorno che non ci è stato detto, in un luogo che non abbiamo scelto.

La responsabilità del dove è una conseguenza altra, che va al di là delle previsioni: ecco perché nascere in Italia, piuttosto che in Etiopia, non è un privilegio, è piuttosto una conseguenza di una serie di azioni.

Quel figlio di Dio, quell’attesa estatica e contemplativa che porta con sé, somiglia molto ai figli che non nascono qui e che restano pur sempre figli del posto in cui sono nati, prima che figli di qualcuno. Dov’è nato quel “figlio amoroso giglio” che posizioniamo solerti in una cuna nelle nostre case calde? Gesù bambino, pensiamoci su, era un migrante. Scacciato, misconosciuto e figlio di nessuno, nacque in terra straniera e vi rimase per sempre, nel mondo, come ospite.

Ospite poi, è la parola più bella di tutte, quella che ci individua come essere umani: ha la peculiarità di essere contemporaneamente la parola che identifica colui che apre le parte e quello che entra in casa. Qualcuno, talvolta, per entrare in questa casa, scacciato dalla propria, fa un viaggio terrificante, lungo mesi, tra le carceri e le bruciature di sigaretta sui corpi, si infila nella pancia della balena, come in un’attesa promessa di salvezza e ospitalità. Dove si nasce, non è una scelta. Il diritto del suolo, è un principio mediavele, nel senso dispregiativo del termine, come se vigesse ancora la legge del taglione. Ius soli, in Italia, vuol dire che se nasci qui, sei solo figlio di qualcuno e non di quella terra che ti ha dato i natali.

La madre terra non è tua madre, tu non sei suo figlio. I migranti, quelli che nascono qui, che qui vanno a scuola, che fanno le recite di Natale, che mangiano il panettone con i canditi, quando diventano maggiorenni non sono più figli del luogo in cui sono nati e cresciuti, sono di nuovo figli di qualcuno che ce li ha portati e tornano nella pancia della balena, senza alcuna possibilità di accedere un fuoco.

Trenta Stati su 194, nel mondo, riconoscono lo Ius Soli, ad esempio, se Gesù bambino fosse nato a New York da genitori africani, sarebbe stato americano senza se e senza ma. Se invece fosse nato in Italia, sarebbe stato un senza diritti, un bambino mai figlio di questo luogo.  Si discute a lungo, si imbastiscono tavoli di confronto per decidere di dove è figlio chi, mentre i bambini continuano a nascere e sono quelli che rendono questo Paese più giovane e che danno qualche speranze.

Quelli che condurranno un’esistenza senza sapere esattamente a chi appartengono e che poi arriveranno in una squadra di calcio e dovranno naturalizzarsi, come se prima fossero stati innaturali. Figli di prima e di seconda categoria, come le seconde generazioni: quelli più bravi a scuola, e che la sera aiutano a fare le pizze, quelli che scrivono libri, che diventano medici e restano sempre figli di una nazione che non li ospita, che ha completamente frainteso il senso di questa parola. Non c’è rancore però in queste vite di migranti, che non appartengono a nessuno e forse, proprio per questo, sono più liberi: c’è un senso di rivalsa e di stupore, quando per caso, un giorno, qualcuno li riconoscerà come figli della terrà che li ha pasciuti e non della pancia della balena che li ha nascosti.

I migranti, i loro figli, sono, attualmente ed economicamente, la risorsa più grande che questo Paese possieda e dovremmo quantomeno poter dire che appartengono alla Patria, “che Diò la creò”: creano rimesse economiche mandano i loro soldi a casa, fanno girare l’economia, si prendono cura delle nostre mamme anziane, e fanno figli, giovani, forti, ospiti, per sempre.

Qualcuno ha già detto, e sarebbe il caso di ripeterlo a gran voce, che “se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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