Le prediche contro i creativi e qualche idea

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La campagna #coglioneNO ha rianimato il dibattito sullo sfruttamento dei “lavori creativi”, tanto che ormai la precarizzazione è diventata un privilegio. Infatti “essere precario” lascia intendere che, seppur saltuariamente e senza certezze, una minima retribuzione arriva (un benefit che non è previsto per lo “sfruttato”).

Siccome la canea è molto divertente, ci lanciamo anche noi ad abbaiare sulla situazione di videomaker, copywriter, blogger e tutta la genìa di nuove non professioni alimentate dalle “possibilità del web”.

Inevitabilmente è partita la guerra di religione tra chi si lamenta (come emerge nel video) della condizione di sottoprecariato e chi urla con voce stentorea (qui c’è un pezzo interessante, ma non condivisibile, sul #neanchecreativoperforza).

In parole abbastanza spicciole sarebbe il caso di suggerire una frase da adottare in queste circostanze: almeno risparmiateci le prediche del tipo “Imparate un mestiere” oppure “Cercate un lavoro vero”. Ed è un messaggio da rivolgere ai soloni che lanciano “consigli” mentre sono incastrati nelle loro poltrone ministeriali. Parliamo di signori che di tanto in tanto si abbandonano pure alla derisione di qualche percorso di studio (per fare nome e cognome, si fa per dire, ci riferiamo alla Laurea in Scienze della Comunicazione).

Ma se non si tratta di politici “di successo” (spesso siffatti successi sono legati alla fedeltà, che possiamo anche definire lecchinaggio, al leader di turno), si tratta di “opinionisti” colpiti dal fulgore della Rete o editorialisti di lungo corso che guardano “questi giovani” con la benevolenza che viene spesso dedicata ai poveri scemi.

Si dirà: allora di cosa si lamentano i giovani creativi? Il lavoro in quel settore scarseggia. Bene, benissimo. Le soluzioni in tasca, ovviamente, non esistono. Ma sarebbe un grande passo avanti contro la precarietà il divieto di “annunci di lavoro” gratuiti. I portali di offerte dovrebbero, per legge, escludere la pubblicazione di questi “annunci” che non offrono un’occupazione e nemmeno uno stage. Chiedono una collaborazione gratis.

Basterebbe obbligare i siti a far ricorso a semplici etichette tipo “offerte di lavoro” o “proposta di volontariato” per differenziare i discorsi. Almeno in quel caso, l’utente è consapevole di quanto si trova di fronte. Non si risolverà tutti i problemi, ma almeno eviterà illusioni. E se i giovani creativi decideranno di “imparare un mestiere” sarà di loro spontanea volontà.

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