Giochiamo alla guerra

Pubblicato il da

Photo by uusc4all www.flickr.com/photos/uusc4all/

“Giochiamo alla guerra?” “Sì, giochiamo alla guerra: facciamo che io ti sparo e tu muori!”. Il senso della morte, quando si hanno pochi anni, è un gioco: che siano i cowboy a morire, o gli indiani, poco importa, a un certo punto arriva l’ora di cena e si cena.

Se invece tuo fratello, che ha cambiato nome e vive con un gruppo di invasati, ti stringe sulla vita, rubandotela la vita, una cintura di esplosivi, ecco, io così non gioco più. E che la storia di Spozhmay la bambina di 10 anni afghana che qualche giorno fa si è volontariamente consegnata alle forze di polizia cui ha raccontato di essere stata convinta dal fratello talebano a farsi esplodere in un attacco suicida, sia vera o meno, poco importa perché questo gioco esiste ma nessuno dei partecipanti ha capito bene le regole.

Le regole, invece, non le ha volute rispettare Aitzaz Hasan Bangash, eroe pakistano di 14 anni che vicino alla sua scuola ha visto un uomo e ha captato il pericolo, lanciandogli dei sassi lo ha fatto allontanare e per bloccarlo gli si avventato contro, morendo. Quell’uomo era imbottito di esplosivi. Forse Aitzaz, con questo suo istinto da Indiana Jones, sarebbe diventato CEO del FBI, o un pastore qualunque, di certo un pacifista.

La logica consuetudinaria vorrebbe che un fratello proteggesse la sorella senza se e senza ma, e che le scuole fossero i luoghi più sicuri in cui trascorrere la maggior parte del tempo: invece quello che succede, e non di rado, è che alcuni bambini in molte parti del mondo in cui il suicidio con scopo di attentato è pratica liberatoria e santa, sono mandati al macello con la convinzione, forse, di non morire o, per lo meno, di morire come martiri.

Spozhmay ha iniziato a piangere e a gridare come farebbe una bambina qualunque se costretta in un gioco a cui non ha chiesto di partecipare. Era nella provincia meridionale di Helmand e a casa sua, da suo fratello che un tempo chiamava Zahir, comandante talebano operante nel distretto e che ora ha nome di Hameed Sahib, non ci vuole tornare.

Sarebbe esplosa, facendo brandelli del resto intorno, persuasa che nulla le sarebbe potuto accadere, nel nome di un Dio vendicatore che, nelle Sure non ha mai dato precetto di uccidere. Lo avrebbe fatto per salvare la sua anima peccatrice, in quanto donna, ricevendo in cambio l’onore del martirio. Il suicidio, per intendersi, è proibito dal Corano.

Spozhmay è solo la prima di una lunga serie di bambini che, in molte altre parti del mondo e osannando un Dio diverso, sacrificano se stessi per interessi altri, meschini e prettamente adulti. I bambini addestrati nella regione nordiorientale del Pakistan, al confine con l’Afghanistan fanno delle simulazioni, come fossero compiti in classe: un bambino abbraccia uno per uno i compagni, come se li stesse salutando per l’ultima volta. Poi il bambino finge di farsi saltare in aria, e con della sabbia simula l’esplosione di una bomba. Gli altri gli si avvicinano per riconoscere l’identità dei bambini a terra, che fingono di essere morti. Agghiacciante. “Non ti succederà nulla – ripetono loro gli amorevoli maestri – perché Allah protegge te e la tua famiglia”. Quello che resta invece, sono piccoli pezzi di carne abbrustolita che ne hanno uccisa altra, che hanno terrorizzato, mentre credevano di salvare, di purificare di fare il volere del Dio. I bambini, si sa, sono più versatili, sono alla continua ricerca di approvazione e di risposte, ecco perché se si chiede loro di giocare alla guerra, loro giocano. Se si chiede loro di farsi esplodere in una pubblica piazza, loro azionano il dispositivo ed esplodono.

Uno dei sistemi di reclutamento di bambini e ragazzi tra le fila della guerriglia talebana è quello delle madrasse, le scuole coraniche gratuite risalenti all’11esimo secolo, ma che si diffusero molto in Pakistan tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta.

Le scuole coraniche legate all’indottrinamento di futuri terroristi sembrano comunque essere una piccola parte rispetto alla totalità delle madrasse del Pakistan. Ci sono anche i piccoli Palestinesi: addestrati da Hamas ritengono che il martirio sia una cosa bellissima, la migliore che possa accadere alle loro piccole vite, che tutti dovrebbero desiderare un onore così alto, quello di toccare il cielo, per un secondo, e poi tornar giù, in mille pezzi.

Questa macelleria di piccoli corpi innocenti, questa reiterata strage nei secoli dei secoli amen, che ci dovrebbe far vergognare di noi stessi, dei giochi di guerra che abbiamo inventato e imposto, che abbiamo anche, (dirlo non sarà mai sufficientemente troppo giusto), esportato, come la democrazia e la pasta, è anche la nostra macelleria, quella di un’umanità che è una.

Quelli che esplodono, certi e inoculati come un virus della verità delle Sure, ci esplodono accanto, a un palmo di naso e sono talmente piccoli e senza voce e non li sentiamo neppure, che ci fanno rabbrividire per un secondo ma niente di più. Sono gli stessi bambini che vengono usati nelle guerre in Uganda, sono i medesimi che nei paradisi asiatici subiscono le “carinerie” degli occidentali panciuti, che stanno mendicando agli angoli dei semafori o nella metropolitana mentre noi diciamo che tanto sono ricchi, che quello che li diamo se lo spendono chissà come e che le loro mamme hanno i denti d’oro.

Questo articolo è stato pubblicato in Vorrei la pelle nera da Giulia Maria Falzea . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Aggiornato alle ore 12:55
Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
ipse dixit

Alfano parla di carcere per chi sceglie l’utero in affitto. Ma il ministro lo sa che in Italia questa pratica è già vietata dalla legge 40? continua

Monica Cirinnà, relatrice del ddl sulle unioni civili
21 aprile 2015 | Giovedì 23 aprile – ore 18,00 Libreria Ibs Via Nazionale, 254 – Roma Presentazione del libro “Il Creasogni” di Simone...