One Day After

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Succede che il giorno dopo un grande avvenimento, ci si scordi completamente che, nonostante la nostra costante disattenzione, l’avvenimento diventi quotidiano, e quindi non più appetibile alla ferocia dei media, voraci bestiole affamate di news.

Accade che i nomi di Mohamed, Suleman, Cheikh, Rachid e Yvan si perdano il giorno dopo la disfatta e di loro non resti che un’ombra, scura, per forza, e un ricordo, forzato.
Accade che, quando muoiono nei barconi alle porte d’Europa sono nostri figli; quando protestano per condizioni, per così dire, lavorative inumane, sono nostri fratelli; quando si laureano vendendo accendini sono un esempio, ma che, il giorno dopo appunto, tornino nelle loro casette di paglia e fango, come ci piace immaginarceli, bisognosi della nostra attenzioni o meglio ancora del nostro solidale sostegno.

Invece queste sono tutte vite e storie che continuano: c’è, ad esempio, Mohamed Ba, che scrive libri e spettacoli teatrali, pur essendo stato accoltellato nella civilissima Milano; ci sono Suleman e Cheikh che s’inventano, scappati da Rosarno, uno yogurt resistente; e c’è Rachid che si laurea in ingegneria e poi diviene cittadino torinese, e c’è ancora Yvan, che diventa il simbolo di una lotta al caporalato, che la vince, questa lotta, e ci scrive un libro.

Si potrebbe obiettare che sono le cinque sparute storie di quelli che ce l’hanno fatta, ma la verità è che chi sopravvive alle carceri, a un viaggio in mare che l’Odissea era un crociera con l’idromassaggio, ce l’ha fatta comunque: trova ugualmente il modo di reagire, di sopravvivere, e mette su un’azienda biologica, fa lo scrittore, diventa ingegnere civile.

Queste sono le cose che possono accadere in questa Italia che nel frattempo si arrovella su chi è figlio quello che nasce qui o altrove e da chi. Che si schianta in una burocrazia elefantiaca che è giornalmente scalzata dalla vita vissuta, che va ben oltre un permesso di soggiorno, un’autorizzazione a restare, la bella faccia di un funzionario.

Le storie sono queste, in breve: “Il tempo dalla mia parte”, Edizioni San Paolo 2013, è il romanzo di un senegalese, Mohamed Ba che racconta con lucida eleganza in un italiano talvolta addirittura desueto la storia di un viaggio, dall’Africa nera alla ricerca del baobab di Milano.
Un progetto d’integrazione sociale e lavorativa, un’auto-produzione biologica a km zero: il «Barikamà», in lingua Bambarà, è uno yogurt resistente, dove, chiunque di noi legga questa parola “resistenza” dovrebbe, come minimo, farsi venire in mente un paio di partigiani. Partigiani, infatti, sono Suleman e Cheikh che con cinque soci in un casale vicino al lago di Martignano, fanno lo yogurt, bianco, candido, senza l’uso di addensanti.
L’uomo nero fa lo yogurt bianco, paradosso dei tempi che corrono. E corrono in bici, i partigiani di Rosarno, portando il loro prodotto con i vuoti a rendere pronti a non inquinare e non sprecare.
Rachid Khadiri, poi, è quel marocchino di 26 anni immigrato a Torino all’età di 11 e laureatosi al Politecnico in Ingegneria Civile il 7 ottobre scorso dopo aver venduto per una vita accendini e fazzolettini a Porta Palazzo. Niente da aggiungere a questa storia, neanche la retorica dei tanti figli che parcheggiano all’università il loro culetto bianco, attendendo il miracolo.
E infine, infine c’è Yvan Sagnet, che ti squarta ogni volta con quello sguardo dritto, fiero, nero. Mentre sta studiando, anche lui a Torino, alcuni amici gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Nelle campagne salentine, a Nardò, una masseria “accoglie” i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Il caporalato, però, non da tregua: i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Yvan organizza una sciopero: i braccianti incrociano proprio quelle braccia che sono come motori per l’economia salentina. Si perde il senso del diritto, talvolta, mentre si raccolgono le angurie, piegati sotto il sole a 40 gradi. Poi però si ritrova la forza e la consapevolezza di voler raccontare, di essere un esempio.

Sono storie di ordinaria lotta e sopravvivenza, quelle che nessuno racconta più il giorno dopo i funerali di stato, il giorno dopo la strage, quello che resta, sono un’ombra, nera per forza, che cammina per strada e continua, caparbia, a fare il proprio lavoro. Anche oggi, alla fine di un altro anno di crisi, qualcuno ce l’ha fatta, ma voi, non lo saprete mai, perché i media si saziano solo di tragedie inzuccherate dal dramma, queste invece, sono storie di tutti i giorni.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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