La (sola) riforma dei contratti non dà lavoro

Matteo Renzi (Foto Maryb60)

Matteo Renzi ha annunciato il job act, che poi è semplicemente il termine per indicare una riforma del mercato del lavoro. Il segretario del Partito democratico ha pensato a un intervento sui modelli contrattuali (a questo link ci sono le linee guida del pensiero renziano) per stimolare l’occupazione. Un nobile intento, ma soprattutto una necessità, visto che nel 2014 il Pil tornerà ad aumentare.

Ma allo stato attuale si prospetto lo scenario inquietante di una “crescita senza lavoro”, in pratica un ossimoro. E in sostanza una presa in giro per i cittadini. Perché la presunta ripresa sarebbe solo numerica. Dunque, il governo e (sarebbe il caso) l’intero Parlamento devono individuare le misure per tirare fuori l’Italia da una situazione così ambigua. Che rischia di portare in strada una masnada di Forconi e antagonisti di ogni risma, perché risulterebbe intollerabile ascoltare il mantra “nel 2014 c’è la crescita”, mentre gli effetti sulla vita quotidiana di questa supposta crescita sono solo un’eco mediatica.

Renzi ha cercato di farsi carico della questione, preannunciando il suo job act, un piano per il lavoro appunto. Al di là del contenuto della proposta, in gran parte condivisibile, il segretario del Partito democratico sta finendo in una trappola pericolosa: l’idea che la riforma dei contratti possa favorire le assunzioni e abbattere la disoccupazione.

Una visione che assomiglia a un’allucinazione: non basta “rivedere” i modelli contrattuali per dare una spinta reale all’occupazione. Le aziende non assumono per un’altra ragione: sono stremate dalla crisi economica. Quindi l’intervento doveroso sul mercato del lavoro deve essere combinato a uno stimolo all’economia reale. Altrimenti si finisce in un acquitrino.

Il sindaco di Firenze, peraltro, si sta lanciando in una battaglia di amplissima portata. Da sinistra partiranno crociate ideologiche (come quelle sull’Articolo 18) che tenteranno di minare la leadership renziana, appena acquisita. La mossa dei Giovani Turchi è solo un assaggio di quanto avverrà.

La tempistica della proposta di Renzi è in tal senso significativa: il segretario del Pd vuole realizzare la riforma quando l’onda della sua affermazione è ancora molto alta. Cosicché di agli scettici del suo stesso partito potrà dire: «Ho il consenso del 70%». Un’annotazione vera. Quel consenso potrebbe infrangersi se non viene spiegato bene che il job act di per sé non combatte la crisi.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI