Quanto me lo mette al chilo questo bimbo triste?

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Foto di Claudia Gori

Mercatino di Natale. Signore impellicciate con un gusto vagamente d’antàn anni 90. Immagino così, quanti, nel mese di dicembre, schermati da un pc, si prodigano (impunemente) nei “regali solidali”. L’uso ha quasi vent’anni: negli anni 80 le prime ONG (Organizzazioni Non Governative) a sfruttare le immagini come veicolo unico ed essenziale per il marketing solidale, furono inglesi. Il bambino sporco, un quartetto d’archi funereo in sottofondo, la voce profonda, rotta, commossa: un minuto e mezzo e il cuore ti si lacera e il portafogli, possibilmente, si apre magicamente. Trent’anni e numerosi studi di marketing successivi, siamo ancora qui: lo stesso bambino piange ancora, il quartetto d’archi continua la sua pietosa melodia e il portafogli, bene o male, s’apre ancora.

Così, mentre tutto si evolve, una certa comunicativa della sofferenza resta immutata e immutabile.

Sebbene Susan Sontag nel suo celebre “Davanti al dolore degli altri”, abbia dimostrato ampiamente che bombardati come siamo dalle immagini tragiche e melliflue che ci colgono mentre arrotoliamo gli spaghetti sulla forchetta, ne siamo completamente assuefatti ancora si continua con il medesimo teatrino, anche se un bambino in salute da maggiore risultati, in termini economici, del volto sofferente.

Superati con non pochi strascichi i concerti di Bono e le registrazioni di “We are the World”, quello che resta, in tutte le ONG, è una sistematica scelta semantica basata appunto sul dolore, la commozione, la tragedia.

A Natale poi, fa tanta specie una certa immagine: un’orrenda personificazione del senso di colpa occidentale in forma di negretto da salvare che ha un nome ben specifico, i suoi studi e le sue applicazioni, DR TV, vale a dire Direct Response Television. Dal 1984 esistono due tipi di “spot”: un tipo lungo, uno stillicidio emozionale che raggiunge picchi di volgarità programmata; e uno più breve, circa due minuti di dolore, ma intenso. Eccone un esempio:

Ma il regalo più bello è senza dubbio alcuno: un bel bambino povero! Un tanto al chilo per alleviare quel poco di dolore indotto che fa così bene all’animo. L’adozione a distanza è un falso ben programmato: i volti dei bambini, i loro occhi colmi di gratitudine non sono altro che le storie di comunità che magari hanno bisogno di un sanatorio per le vacche, che permetterà loro di avere latte, e carne ma la dura legge de “un bambino fa più impressione di una vacca”, fa in modo che gli avventori del piccolo siano instupiditi dal suo sguardo languido.

La campagna di comunicazione di ActionAid per le adozioni a distanza (sito)

Infine come non citare le starlette di ogni sorta e genere che prestano volto, voce e cuore (in memoria del grande Michele Serra) alla causa. Dalle sit comedy, ai bestseller, dai faccioni natalizi alle intramontabili foto in bianco e nero: tutti i gusti, come in una gelateria del solidale al sapore di celebrità, in fondo, fama, e fame, pare sia intimamente legate.

Non è giusto però non accordare un certo tentativo, mai sotto Natale, di modificare il linguaggio: campagne di sensibilizzazione con l’allestimento di ospedali da campo in città,  o di riproduzione di interi villaggi, che sono i messaggi meglio riusciti di dimostrare quanto, effettivamente, le donazioni possano fare e fanno.

Il linguaggio è compagno dei tempi che frequenta, e sarebbe auspicabile che anche un certo modo di comunicare si adattasse alla modernità: la maggior parte di queste comunità potrebbero tranquillamente autogestire la propria comunicazione, coadiuvati da esperti del settore, e decidere, secondo il sempre troppo spesso dimenticato principio di autodeterminazione dei popoli, quali facce esporre, quali aiuti chiedere. Dietro le azioni, il donare, il condividere un video, il “comprare” un bimbo, ci sono le parole, e le parole, sono importanti, come diceva il saggio. Per Natale, solo quest’anno, anche tu, acquista un po’ di senso critico, e poi, aiutalo pure quel bambino, ma mentre ti sorride, non grazie alle sue lacrime.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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