Il rock è vivo. Ma in altri generi

Pubblicato il da

Senza dubbio il Rock, nella storia delle arti contemporanee, non rappresenta soltanto un genere musicale, bensì una vera e propria categoria culturale: la sua portata rivoluzionaria nei costumi della società occidentale è stata tale che quella propulsione, anche in tempi recenti, detta legge nella civiltà delle immagini. Ma il Rock ha soprattutto ristrutturato il concetto di sound catalizzando le pulsioni ribelliste di milioni di giovani nel mondo. Qualunque fosse il suo messaggio, nei vari decenni che hanno visto il succedersi di questa epopea sociale, spirituale, ludico e talvolta non-sense, tale musica ha avuto il gran merito di dare voce a diverse generazioni pur nella sua intrinseca capacità di rinnovarsi in continuazione creando leggende e mitologie ad essa annesse.

Chi non riconosce in Jim Morrison, Bob Marley, John Lennon o Kurt Cobain simboli della cultura giovanile anticonformista da venerare, emulare negli atteggiamenti, portavoce di ideali spesso anche agli antipodi, eppure sempre connotati da un carattere forte anche nelle fragilità? Chi non vede in queste icone modelli di pensiero libero da schemi preconcetti ed assolutamente poco convenzionali? E come loro tanti altri idoli e anti idoli hanno, nel bene e nel male, contribuito a tracciare la fisionomia dei giovani nella società parlando ai sogni, alla sessualità, alle idee, alle aspirazioni e all’inconscio.

Il Rock, in tutte le sue declinazioni genuine, ha sempre esternato le proprie elucubrazioni sonore attraverso la giovinezza, considerata in tempi non sospetti come valore e portatrice di contenuti nuovi. La carica giovanile scalpitava in un mondo di vecchi e chiedeva a gran voce spazio vitale da occupare. Il sound del Rock ha giocato un ruolo fondamentale nell’affermazione di determinati contenuti, in certi casi ha reso tattile quella carica dirompente fomentata da rabbia, frustrazione, nichilismo, smania di evasione, cultura dell’autodistruzione, ma anche desiderio di auto affermazione e riscatto. Questa musica scanzonata, ribelle, anticonformista rappresentava un mondo in continua evoluzione, che fosse desiderio di condivisione sociale o isolamento poco importava, in tutte le sue sfaccettature il Rock ha sfoggiato caratteri definiti, condivisibili o meno, intellettuali o giocosi, ma sempre molto personali e rappresentativi.

Anche i discografici comprendevano la portata di un fenomeno simile e del carico rivoluzionario che avrebbe potuto riversare all’interno del mondo mediatico: quella musica capace di parlare alle masse, portava dentro sé l’ambizione di ristrutturare la società scuotendone dalle fondamenta i valori tradizionali. Nelle sue forme e nell’insaziabile esigenza di affermarsi, mostrarsi ed illuminare il mondo con la sua potenza evocativa, il Rock badava molto alla propria espressione. Si proponeva all’umanità attraverso l’estrema bellezza oppure il degrado sotto forma di provocazioni; sapeva far parlare di sé ponendosi anche con fare contraddittorio, veicolava contenuti di qualunque natura, talvolta non aveva alcuna importanza la specificità: il Rock avrebbe trovato il proprio posto nel mondo soltanto disintegrando l’ordine costituito attraverso messaggi forti anche se talvolta ingenui e carenti di consapevolezza.

Se la fine della Summer of Love rivelò una gigantesca illusione, bisogna tuttavia riconoscere che da quel momento migliaia di giovani non furono più gli stessi. Avevano cercato ed ottenuto credito presso quella stessa società che detestavano ed avevano combattuto da adolescenti contraddittoriamente col supporto economico dei genitori.

Il mondo da allora è cambiato, quei giovani sono diventati adulti, ed ora alcuni di loro sono a un passo dalla terza età. Sebbene si faccia non poca fatica ad ammetterlo, una parte consistente dell’idealità giovanile odierna si nutre ancora di quelle realtà, di quelle battaglie, di quelle storie e di quelle esperienze. Basta guardare le copertine delle riviste per avere contezza di certi fenomeni. Che cosa ci fa un Jimi Hendrix sulla copertina del Rolling Stone senza che sia stato pubblicato un suo disco e in assenza di una particolare ricorrenza? È evidente che band come gli Editors o i Franz Ferdinand, per quanto apprezzate e seguite, non hanno riescono a narrare una storia altrettanto leggendaria. Come mai? Non riuscirò qui a dare una spiegazione esaustiva a questa semplice domanda, il mondo cambia così velocemente che di certo qualcosa sfugge anche ad osservatori più attenti del sottoscritto. Eppure un tentativo va fatto ed intendo condividerlo nel tentativo di generare una riflessione sui nostri tempi e sulla valenza che tutto questo assume per coloro i quali, come me, sono nati e cresciuti negli anni ’80.

Il rock, dagli anni ’50 fino al primo lustro degli anni Duemila è riuscito sempre ad evolversi ed esprimere sound altamente diversificati anche quando, in alcune fasi, rievocava il passato tramite qualche parentesi dedita al revival. Un personaggio come Bob Dylan, muovendo dalla venerazione del proprio idolo, Woody Guthrie, non solo ci ha regalato ballads ispirate, poetiche e intense, ma ha saputo anche intravedere nella potenza del rock una chance per rinnovare il proprio sound senza mai perdere la propria identità artistica, esponendosi anche coraggiosamente a critici musicali che, innamorati di Blowin’ in The Wind, allestivano un po’ troppo frettolosamente il patibolo della sua carriera all’alba della sua svolta elettrica. Quel Bob Dylan ci ha regalato dischi del calibro di Highway ’61 e Blonde on Blonde, capolavori assoluti della musica contemporanea. Potrei citare innumerevoli esempi di artisti che hanno fatto breccia nel cuore di più generazioni, di misconosciuti che hanno lasciato il segno con la loro carica innovativa, di rivalutazioni, di stagioni durate il tempo di uno schiocco di dita eppure capaci di incendiare il mercato e le coscienze. Ben viva è la lezione dello sperimentalismo in studio di Beatles, Pink Floyd, Radiohead, la voglia di contaminazione di David Bowie, Peter Gabriel, Talking Heads, la riscossa proletaria di Bruce Springsteen, dei Clash, l’intimismo di Cure, Joy Division e Smiths, la rabbia abrasiva di Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains.

In queste e tante altre declinazioni sono riflesse immagini differenti di epoche susseguitesi e rappresentanti il medesimo oggetto sotto varie prospettive, alcune costellate di successi, altre di grandi perdite, ma sempre molto rappresentative della società occidentale. Il Rock ha spesso preservato forme altamente caratterizzanti, ha sempre fatto i conti con se stesso ed ha saputo reinventarsi prestando il proprio estro anche a fenomeni apparentemente estranei alla propria natura, come quando Van Halen ha fatto urlare la sua chitarra in Beat it di Micheal Jackson o i Run DMC hanno preso in noleggio gli Aerosmith per Walk This Way.

Il Rock dalle origini fino al 2005 ha sempre fagocitato culture agli antipodi, reinventando stili, ricontestualizzando gusti abilmente riproposti in chiavi differenti attraverso modalità sempre più spiazzanti anche quando era espressione di nicchie. Preservava sempre l’ambizione di porporre modelli e visioni alternative con orgoglio e forza, così come testimoniano band come Sonic Youth, Blonde Redhead e Fugazi.

Poi, verso il secondo lustro degli anni Duemila qualcosa si è rotto inspiegabilmente. Il Rock è diventato massa, conformismo, si è perduto nella narrazione del proprie leggende rimanendo e soggiogato. Proposte coraggiose non mancano, tuttavia è il grado di rappresentatività della società, la valenza simbolica che manca. Soffermiamoci soltanto un attimo sull’anno corrente che velocemente volge al termine.

Questo 2013 ci ha regalato una manciata di buoni dischi: la seconda fatica di Anna Calvi, astro nascente del rock intimista al femminile; la piacevole incursione dei Franz Ferdinand nel passato remoto senza smarrire la grinta e lo smalto degli esordi; il ritorno in grande stile dei Queens of the Stone Age che ci hanno regalato il più bel disco dai tempi di Songs for the deaf; l’ottima intuizione degli ex Isis che, arruolando alla voce Chino Moreno dei Deftones, hanno dato vita ai Palms, degna evoluzione di quel post metal intriso di esistenzialismo.

Poi ci sono gli Arcade Fire, autori di un sound ispiratissimo fondato sul trait d’union tra i Clash di Combat Rock, i Talking Heads di Remain in Light e la New wave dei Television via Marquee Moon. Cosa manca dunque ad un’annata, complessivamente, buona di musica considerando i tempi? La capacità di farsi portavoce di un’epoca. Nessuno tra questi progetti rappresenta qualcosa di ardito, capace di colpire le viscere degli ascoltatori; nessuno tra queste band ha la capacità di imporsi e competere con dischi epocali, in ultimo di apparizione Kid A/Amnesiac dei Radiohead dove sono impressi picchi artistici tutt’ora insuperati in un sound inarrivabile.

Oggi non si cercano rivoluzioni, non si distrugge l’ordine costituito, ci si limita ad avanzare con fare conservatore nell’inspiegabile moto della paura di osare. Ci si guarda bene dal voler stupire. Quello che ascoltiamo oggi è Rock da autoscatto postato su un social network, musica da filtri retró come quelli presenti in iPhoto. È Rock da cornici standardizzate, da ammiccamenti, anacronismo senza Revival nella sua interezza. Il sound di quest’era non è neppure scandito nelle mani di qualche produttore coraggioso, di uno Steve Albini, di un Brian Eno o un Rick Rubin. Il sound di questi anni ce lo raccontano meglio alcuni giovani dj.

Più rock degli Editors è Skrillex che a suon di wobbles ha conquistato gente tosta come i Korn; più audace di un Patrick Wolf è Nicolas Jaar il quale, attraverso la fusione di sonorità house e lounge, richiama alla corte del suo sound i fantasmi di Ray Charles e, addirittura, Puccini! Narratore della giungla urbana è invece Burial, senza dubbio il più rappresentativo tra tutti gli artisti citati, creatore di un dubstep scuro, misterioso, intimo. I suoi paesaggi sonori scandiscono un continuo fluire di emozioni sciolte in frammenti vocali alterati o in campionamenti sapientemente assemblati. Sulla sulla stessa scia si pone Kode9 che, in collaborazione con il rapper londinese Spaceape, è fautore di un sound viscerale e nevrotico innestato su ossessioni narrative da incubo.

E in Italia? Sembrerà strano, ma la migliore espressione giovanile in musica è rappresentata Midnite di Salmo, un rapper incazzato col mondo che vomita veleni tessendo sonorità dubstep con evidenti ammiccamenti alla musica estrema, come quella di Rob Zombie.

Lo spirito del Rock è vivo e vegeto, eppure paradossalmente sopravvive in altri generi musicali. Auspico che la sua forma attuale, insipida, balbettante, patinata e scontata venga fatta a pezzi così che il Rock finalmente possa rifiorire ed offrire a tutti noi il sogno di un nuovo mondo. Possibile.

Federico Preziosi
ipse dixit

Alfano parla di carcere per chi sceglie l’utero in affitto. Ma il ministro lo sa che in Italia questa pratica è già vietata dalla legge 40? continua

Monica Cirinnà, relatrice del ddl sulle unioni civili
21 aprile 2015 | Giovedì 23 aprile – ore 18,00 Libreria Ibs Via Nazionale, 254 – Roma Presentazione del libro “Il Creasogni” di Simone...