Facebook e Google: quando per essere visibili basta pagare

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Nella Società dell’immagine apparire è la prima esigenza. Ed è la prima esigenza soprattutto se si possiede un sito web e si vuole aumentare il numero di visitatori. Oggi Facebook ci conferma che anche nel web per apparire basta pagare.

Visite sui siti: Pago ergo sum

Per anni i programmatori ci hanno spiegato che per avere visite sul proprio sito occorreva essere posizionati tra i primi posti nei risultati dei motori di ricerca, Google su tutti. E giù con la corsa alla SEO (Search Engine Optimization) perfetta: libri, consulenze e agenzie web nate ad hoc.

Ma il web è ancora oggi un medium a due facce: se da una parte promette la totale libertà dell’individuo e la democratizzazione degli utenti, ribaltando la gerarchia editore-lettore grazie al ricorso agli strumenti del cosiddetto Web 2.0 attraverso i quali chiunque può pubblicare online contenuti leggibili da tutti, dall’altra, tramite alcuni soggetti che su di esso operano, batte cassa con la promessa di vittoria nella battaglia quotidiana della conquista dei click degli utenti.

Il giochino è più o meno il seguente: più paghi più risulti visibile, più sei visibile più aumenti la probabilità che gli utenti accedano ai tuoi contenuti, più gli utenti accedono sul tuo sito più aumenti (in teoria) i profitti derivanti dalla vendita dei prodotti che commercializzi o degli spazi pubblicitari che ospiti.

Facebook: sganci e sei “social”

Succede poi, come riportato dal Corriere.it, che in Italia Silvio Passante, editore di CalcioNapoli24.it, si rivolge all’Antitrust. Per cosa? Passante ha affermato che da quando Facebook nel 2012 ha cambiato il proprio algoritmo, il sito che gestisce ha riscontrato un calo del 70% dei visitatori provenienti dalla pagina fan del Social Network. Passante ha inoltre dichiarato che, una volta contattata la sede italiana e quella europea di Facebook per avere spiegazioni al riguardo, si è visto rispondere con una richiesta di investimento pubblicitario di 10mila euro mensili per tornare al numero di visite registrato in passato.

In principio fu Google

Quello che la stessa Facebook ha solo di recente reso pubblico, viene da anni perpetrato da Google, che sulla scalata a pagamento dei motori di ricerca ha fondato il proprio business.

Google, infatti, attraverso il servizio pubblicitario online AdWords introdotto nel 2003, permette a chiunque di pagare per essere visibili e raggiungere nuovi visitatori. In questo caso, però, nulla di segreto: nella pagina dei risultati delle ricerche Google evidenzia in alto e nella barra di destra quelli che sono gli annunci a pagamento. Inoltre Google ha predisposto per il servizio AdWords guide online e forum dedicati.

Ma anche BigG, che sui motori di ricerca ha ormai assunto una posizione dominante sul mercato (è il sito più visitato al mondo), ha fiutato l’affare e ha lanciato la beta dei post sponsorizzati +Post ads su Google+, il social network di Google che punta a integrare tutti i servizi, compresa Gmail, e a rendere univoca la presenza online degli utenti (“Un unico account. Tutto il mondo Google”).

Democratizzare il web per allargare la base e aumentare i profitti?

Destini simili quelli di Facebook e Google, non solo per le scelte di business: invischiati per diversi motivi nelle querelle per la violazione della privacy dei propri utenti (leggi qui e qui) e accusati di evasione fiscale da mezza Europa. E, ultimamente, accomunati dal rinnovato impegno nel voler diffondere il web su scala globale, in modo da abbattere il cosiddetto Digital Divide, cioà la disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione nelle popolazioni svantaggiate.

Il colosso di Mountain View afferma infatti nelle sue “10 verità”, una sorta di Credo nella quale vengono dichiarate la mission e la vision aziendali, che il proprio sistema di indicizzazione dei contenuti “migliora man mano che il Web aumenta di dimensioni, in quanto ogni nuovo sito è un’altra fonte di informazioni e un altro voto da contare”, e che la Ricerca Google “funziona perché si basa sui milioni di individui che pubblicano link su siti web per determinare quali altri siti offrono contenuti validi”.

E che dire della recente iniziativa di Mr. Facebook di democraticizzazione del mondo, attraverso l’utopico progetto di portare il web a 5 miliardi di persone grazie alla partnership globale Internet.org?

Ma un dubbio persiste: che dietro i propositi umanitari dei due colossi del web non ci siano solo ragioni filantropiche?  Ai posteri, e ai nostri portafogli, l’ardua sentenza.

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