Le storie di Dag, storie di migranti

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Quando ho incontrato Dag, nel giugno 2010, era una di quelle giornate romane piene di sole con poche speranze. Ci siamo visti in una casa a Roma Sud: grande stanzone bianco e un pc per montaggio video. Le nostre chiacchiere sono state pacate e cordiali, senza particolare trasporto, fino al momento in cui, raccontandomi del perché avesse deciso di fare il documentarista mi ha puntato gli occhi addosso e ha scandito bene: “Io, ho il dovere morale di raccontare”.

Questo dovere morale, di kantiana memoria, è diventato, a distanza di tre anni, tre documentari e altri cortometraggi. “Come un uomo sulla terra” (regia di Dagmawi Yimer, Andrea Segre, Riccardo Biadene, 2008) è il racconto felice, in termini di narrazione, e feroce, in termini di storia, di come, a causa di un viaggio delirante e di un accoglienza priva di senso, si possa perdere la connaturata capacità di essere un banale essere umano che abita questa terra. Il film ha avuto la menzione speciale al Bifest 2009, è stato visto da 20.000 persone, e ha convinto Dag che la sua memoria sarebbe dovuta vivere attraverso il video.

Restio a parlare in pubblico, Dag usa la telecamera insieme come arma e megafono: il suo messaggio deve essere reiterato, attraverso i volti di chi come lui, ha il dovere morale di raccontare.

Soltanto il mare” è del 2011, grazie anche all’Archivio delle Memorie Migranti, associazione che si occupa di colmare quel vuoto di documenti e immagini e storie contemporanee su un popolo in movimento e sulle sue implicazioni con la realtà in cui va a inserirsi. Grazie a questo secondo film, alla regia con Dag, Giulio Cederna e Fabrizio Barraco, Dag torna a Lampedusa, lì dove era arrivato totalmente svuotato del sé che conosceva fino a quel momento, e si riappropria, conoscendola, esplorandola e parlando con i Lampedusani di quell’isola che lo aveva, bene o male, ospitato. Sono i volti dei pescatori come Damiano, di Pep Top, dei musicisti, di quelli che lo caricano su un’ape sotto il sole giaguaro e se lo portano in giro, come un altro figlio di questa terra infausta e madre insieme.

In questi giorni, Dag sta presentando Va’ Pensiero – storie ambulanti, (premio Mutti 2011) tra Roma, Bologna, Firenze e Napoli. La sua visione delle cose, è asciutta: i panorami, i cieli che guarda e riscrive, sono quelli di un uomo che ha capito il linguaggio in cui parlare. Tre sono i protagonisti di questo film, Mor Sougou, Cheik Mbeng e Mohamed Ba, accomunati da una violenza atroce e insensata che ha disegnato la loro esistenza strappandoli una parte di vita, di serenità e anche di dolore. Firenze, 13 dicembre 2011: un uomo spara sulla folla al mercato, un morto e tre feriti. Milano, 31 maggio 2009, un accoltellamento alla fermata di un tram, archiviato come “la solita lite tra immigrati”. Sullo sfondo, due città bellissime, dove le rondini definiscono acrobazie funamboliche e il punto più alto del Duomo sembra toccarlo quel cielo, sotto il quale si spara, si accoltella, si muore.

Ha il dovere di raccontare, Dagmawi Yimer, con quei suoi occhi nerissimi e brillanti, con l’umorismo etiope, e un’altra sigaretta da rullare: lo fa con i film, ci parla con le immagini e tutta la stoltezza, la rabbia, il languore e le incomprensioni, si riconoscono per quello che sono, pura espressione di una vita umana che dice “Eccomi, io sono qui per raccontare”.

Trailer Va’ pensiero, storie ambulanti from AMM on Vimeo.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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