I meriti di Obama sulla guerra in Siria

E’ facile ironizzare sul Premio Nobel per la Pace che minaccia la guerra. In Siria, infatti, Barack Obama sembra aver definitivamente “cestinato” quel prestigioso riconoscimento che lui stesso accettò con qualche fatica.

Il presidente degli Stati Uniti in carica doveva affrontare scenari, quantomeno spinosi, come l’Iraq e l’Afghanistan ed era difficile immaginare che si reinventasse come un santone, facendo cessare ogni conflitto che vedeva coinvolto il suo Paese. Nel concreto, il Nobel ha provato a “meritarlo”, attuando una strategia di ripiego dalle guerre iniziate dal suo predecessore.

Oggi Obama è diventato di nuovo il simbolo dell’America che cerca di attaccare un Paese per difendersi i propri interessi. Un’idea che pesca dal solito armamentario antiamericano, ma che soprattutto trascura un elemento fondamentale: la guerra civile in Siria è iniziata nal marzo 2011, due anni e mezzo fa, sull’onda della Primavera araba, e se gli States avessero voluto un pretesto colonizzatore lo avrebbero avuto già da parecchio tempo.

Il numero uno di Washington sembra in realtà avvertire l’esigenza di fornire una risposta all’uso di armi chimiche di cui Bashar al Assad è ampiamente fornito per confermarsi “gendarme” del pianeta, dando una risposta a chi vede un (tangibile) declino dell’America nello scacchiere globale. Le prove sulle armi chimiche sono importanti, ma viene difficile immaginare che il regime non abbia mai utilizzato questo agghiacciante strumento di morte.

E in tale quadro va osservato un fatto rilevante: Obama non ha lanciato bombe cieche e spericolate tanto per distruggere qualche deposito dell’esercito siriano; ma ha anzi usato la “minaccia della guerra” come mezzo per rimettere Damasco al centro dell’agenda geopolitica, tessendo la tela del consenso interno (nel congresso Usa) ed esterno (tra gli alleati occidentali).

I numerosi amici del “pacifista Putin” hanno dimenticato che la Siria è squassata da un conflitto atroce da più di due anni e mezzo. Con un bilancio di oltre 100mila vittime e più di milioni di rifugiati, al netto di tutte quelle persone morte senza nemmeno essere inserite in queste cifre. In questo periodo, un po’ tutti, interventisti e pacifisti, siamo stati in ben altre faccende affaccendati, dimenticando totalmente la Siria.

I meriti di Obama, al momento, sono perciò due: aver evitato una guerra scriteriata (senza neanche sapere cosa ci possa essere dopo Assad) e aver ridestato l’attenzione sul conflitto siriano, stimolando quella “soluzione politica” vagheggiata da tutti, ma che per essere attuata ha bisogno di un impegno serio, rigoroso e quotidiano. Perché le belle parole non bastano a risolvere una guerra civile.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI