Ascoltare e non sentire, il segreto della Deaflympic

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E’ sempre triste quando si chiude un qualcosa di bello, specie quando quel “qualcosa di bello” sai che non tornerà prima di quattro anni. Si parla di sport, beninteso. Di Deaflympic in questo caso, dell’Olimpiade dei sordi, capace di portare a Sofia per la ventiduesima edizione quattromila atleti, cui si sono aggiunti direttori tecnici e allenatori, molti dei quali sordi. E tifosi, pure loro sordi.

Così Sofia s’è trasformata in un angolo silenzioso dove discorsi seri o chiacchiere a vanvera si sono fatte con i segni, benedetta importanza quel gesticolare veloce e repentino dei non udenti, che a farti spiegare come nascono i loro termini viene da aprire una finestra immensa su un mondo che non conosciamo.

Dimenticate l’alfabeto muto che c’imparammo da ragazzini, qua c’è un campionario di vocaboli straordinariamente efficiente, che cambia di “Paese in Paese” e di “paese in paese”.  No, nessuna ripetizione, intendiamo prima la nazione, poi il paesello, tutto qui. E pure qui “Paese” e “paese”, per i sordi, cambia nel loro modo di segnare.

La Deaflympic è nata nel 1924 a Parigi, dunque prima della rassegna paralimpica; sbalordisce saperlo come resta allibito l’osservatore ogni volta che s’accende quel fuoco (sacro) dello sport, col tripode infiammato che cancella qualsiasi barriera, stoppa le guerre, unisce e non divide. L’Italia c’è stata, nonostante qualche bastone fra le ruote – crisi economica; e non solo –abbia impedito la partecipazione. L’Italia ha pure vinto, leggasi dodici medaglie. L’Italia c’è. E quella dei sordi spesso ascolta meglio di quella che generalmente sente.

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