Quel calcio cieco che “vede” più degli altri

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Non so quanti possano aver avuto la fortuna di assistere a una partita di calcio fra non vedenti.

Sky propose qualche match durante la Paralimpiade londinese, oggi la tv di Stato ha fatto altrettanto riprendendo il debutto degli Azzurri nel campionato europeo appena cominciato a Loano, in Liguria. Bello spettacolo, unica pecca… hanno vinto i panzer tedeschi, uno a zero, col gol segnato al penultimo minuto di gioco, dopo che i nostri ce l’avevano messa tutta per ribaltare il pronostico. Che, certo, pure se organizziamo l’evento – pardon, non usiamo il pluralis maiestatis, scriviamo come stanno le cose: lo organizza la Fispic, federazione italiana sport paralimpici per ipovedenti e ciechi – non ci vede primattori come la Spagna, che ha vinto l’Europeo in sei delle otto edizioni o come la Francia, che ha alzato al cielo le ultime due coppe continentali.

Stiamo crescendo, lo spiega anche il presidente federale, Sandro Di Girolamo, trascorsi da campione e presente da dirigente che si coccola la sua federazione quasi fosse una figlia. Il gioco è quello del futsal, che una volta chiamavamo calcetto prima e calcio a 5 poi: otto giocatori su dieci non vedono, e oltre a esser non vedenti giocano bendati.

Gli unici occhi sul campo sono quelli dei portieri, che hanno regole ferree e coordinano la difesa chiamando la posizione dei compagni di squadra; si gioca con un pallone che suona ed è uno spettacolo vedere certi che accarezzano la sfera come se lo vedessero. Ecco, provate a bendarvi per dare due calci a un pallone, il vedente che ci prova liscia la palla le prime due volte e alla terza occasione va lungo per terra.

E’ calcio vero, scevro dalle polemiche, i falli ci stanno ma non sono cattivi, diventano inevitabili quando non si vede. C’è da imparare tanto, ma a raccontarlo in giro c’è pure il rischio di esser presi per matti.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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