La candidatura soft di Renzi

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Una partita in casa, a Firenze, davanti a un pubblico prestigioso, la platea de “La Repubblica delle Idee”. Matteo Renzi ha colto l’occasione per rilanciare il proprio programma e la visione del “suo” Pd. Nel corso dell’intervento, l’ormai ex rottamatore ha confermato l’ipotesi di una candidatura per la segreteria al prossimo congresso del Pd. Ma «stavolta non mi faccio fregare. Prima si fanno le regole e poi dico se mi candido», ha scandito lasciando intendere che il partito non deve trattarlo come un emarginato o peggio un “virus” interno da debellare con l’antidoto di astruse norme statutarie. L’annuncio di una candidatura risulta quindi vincolata: una mossa che assume quasi i connotati di una minaccia per i dirigenti democratici; Renzi, per quanto inviso alla genìa ex comunista, è una risorsa irrinunciabile se si vuole sperare in una resurrezione del centrosinistra. «Stavolta non faccio battaglia in solitario l’altra volta su 108 segretari provinciali solo 2 erano con noi. E alla fine fu uno contro tutti. Non voglio questo, se nel Pd monta la richiesta di cambiare davvero l’Italia allora ci rifletteremo», ha detto nell’intervista a Massimo Giannini. Un ragionamento che sintetizza il nuovo approccio, magari meno romantico ma molto più pragmatico.

Il rapporto con Letta. Il sindaco di Firenze ha confermato la piena sintonia con il presidente del Consiglio Enrico Letta: il sostegno al governo è fuori discussione, a patto che non si finisca nell’immobilismo. Renzi punta così a esaltare ancora una volta la lealtà verso il Pd: dopo l’appoggio a Bersani in campagna elettorale, c’è l’impegno (seppur condizionato a un’incisiva azione di riforma) in favore di Letta. «Io sono amico personale di Letta e lo stimo molto. E’ proprio bravo. Poi, poveretto, deve governare con Brunetta e Schifani», ha detto, ironizzando anche su due storiche figure del berlusconismo. Tuttavia, al di là dei giuramenti di fedeltà, un quesito aleggia sulle sorti del Partito democratico e quindi dell’esecutivo: una candidatura (con eventuale vittoria) di Renzi al congresso segnerebbe il passaggio all’era dei “due premier”. Con il rischio dell’effetto-Veltroni provato allora da Romano Prodi…

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