Prism: molto rumore per nulla

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Spiderman che si toglie la maschera durante una conferenza stampa, svelando la sua identità segreta, è la più grande vittoria di Tony Stark (alias Iron Man) nei confronti di Captain America che guidava la fazione di supereori contrari al Registration Act. Legge con cui nessun eroe, buono o cattivo, poteva più nascondere la propria identità.
Parliamo di Prism ovviamente: anche se attraverso la metafora dell’universo Marvel. In particolare la saga “Civil War“: la lettura più puntuale di cosa sono diventati gli Usa (e anche il resto del Mondo) post 11 settembre. Meglio di un saggio di Chomsky si racconta della battaglia tra chi vuole ridurre alcune libertà (quella della segretezza) per avere più sicurezza, e chi invece crede che non si debba cedere alla paura e difendere le principali libertà individuali: anche a costo di mettere in pericolo la collettività.

 Prism

Il nome sembra una super-arma contro qualche pericolo che viene dallo spazio profondo: invece è qualcosa di umano, anche se non troppo. È uno strumento utilizzato da un dipartimento del governo Usa per controllare, spiare, dati presenti nei pc dei propri cittadini.

Una divisione dei servizi segreti (National Security Agency) poteva avere accesso ai dati che ogni giorno venivano scambiati su Google, Facebook, dispositivi Apple e altre aziende della Silicon Valley. Dati è una parola un po’ generica: con Prism si potevano leggere la cronologia di ricerca, il contenuto di messaggi di posta elettronica, delle chat e dei file trasferiti da un pc all’altro. Sarebbero coinvolte anche i giganti su citati nel controllo da parte del governo anche se tutti hanno smentito la partecipazione a qualsivoglia attività del genere. Anche se poi le stesse aziende confermano che erano disposti a collaborare con le agenzie dei Governi che richiedessero l’accesso ai dati di specifici utenti (sia negli Usa, che in Italia o Cina). In questo caso in pochi hanno avuto da ridire: a parte quando Twitter dava informazioni al Governo cinese su account di eventuali dissidenti. Il web è fatto anche di terroristi, pedofili, stalker, criminali e truffatori: non solo di bimbiminkia e rivoluzionari delle varie primavere arabe.

Il Grande Fratello (privatizzato)

Con la notizia che la Nsa spiava i pc dei cittadini americani (ma anche di altri Paesi da momento che poteva controllare mail e chat i complottisti hanno avuto la loro rivincita e in molti hanno gridato allo scandalo). Il fatto è che non c’è un avviso, o il sospetto, di un reato: ma vengono monitorati una grande quantità di dati, come con una rete a strascico, di persone innocenti. Ecco che l’ombra del Grande Fratello di orwelliana memoria, oscura la tastiera su cui stiamo scrivendo. Nsa non ha impiantato microchip o virus sui nostri pc: ha utilizzato dati che sono già presenti: gli ha raccolti e riorganizzati attraverso l’algoritmo Prism.

Ogni volta che facciamo una ricerca su Google dei cookies registrano alcune informazioni, come posizione, lingua, preferenze, passate ricerche, etc: per semplificarci la vita dicono da Mountain View. Eppure non ci allarmiamo che una società, su cui non abbiamo il minimo controllo possa sapere tutto della nostra vita digitale: mettendo insieme i dati grezzi dei vari social network, account di posta e siti su cui quotidianamente passiamo il tempo, di fatto regaliamo pezzettini della nostra identità digitale ai giganti dot.com. Sono sempre i nostri dati, che hanno un valore ed un prezzo.

 A Bite of Me

Recentemente Federico Zannier ha messo all’asta i suoi dati digitali. Un esperimento, A Bite of Me (Un Pezzo di Me) che comunque gli ha permesso di guadagnare nella transizione 1.200 dollari in una settimana, vendendo informazioni come la posizione del suo mouse, o alcune sue foto. Il nocciolo della questione non è tanto se gli Amerikani ci spiino o che la Spectre possa infiltrarsi nei nostri computer per fare un attacco ddos contro un sito di innocenti buddisti, cose che possono avvenire. Il punto è il bilanciamento tra diritto alla privacy (e diritto all’oblio) e il costo di molti servizi che utilizziamo sulla rete. Il web non è gratuito: si paga in parte cedendo quote dei nostri dati (rivendibili ad inserzionisti pubblicitari), come anche avere maggiore sicurezza, sia online che offline, ha un costo. I dati, siano essi anagrafici o legati ai nostri comportamenti di consumo di internet, appartengono comunque a noi.

Disconnetersi per riconnettersi

Quando si naviga (anche sul sito che state visitando) si possono utilizzare strumenti per capire meglio dove vanno a finire i nostri dati: come Collusion. Un’estensione del browser Crhome (ma c’è anche per Firefox) che permettere di vedere quali siti e come ci tracciano ogni volta che lo visitiamo. Ci sono tanti altri servizi simili (come  Disconnect Me) per difendersi dalla pervasività sempre crescente di molti siti web.

Pianisti & videofonini

Negli Usa il concetto di privacy e spionaggio è cosa seria. Anche se  Prism, nato con Bush e cresciuto con Obama, non sarà forse un nuovo caso Watergate: proprio perché il controllo è diffuso, decentralizzato e non puntuale. Eppure per i cittadini americani quando il Governo centrale mostra i muscoli, temono sempre il peggio e corrono ai ripari. Da noi invece, in attesa di capire come si potrà evolvere in campo legislativo argomenti caldi come net privacy o diritto all’oblio, discutiamo amenamente se si possano o meno fotografare i cosiddetti pianisti nelle Aule del Parlamento con smartphone e videofonini. Cioè su cosa debba prevalere: il diritto alla privacy o quello dell’informazione, non dei cittadini ma degli onorevoli.

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Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
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