Una Repubblica fondata sull’evasione

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C’è chi ne ha fatto uno strumento di ricchezza, chi ci ha costruito il proprio consenso politico (garantendo impunità), chi ha usato ed abusato della frasetta autoassolutiva “Così fan tutti”. Dal Dopoguerra ai tempi della Grande Crisi, l’evasione fiscale è una delle più grandi star della Repubblica italiana e soprattutto il vettore con cui gli italiani sono diventati ricchi senza “produrre reddito”.

Una frase (risalente all’ottobre 2011) dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, risulta mirabile: «In Italia c’è il mistero della ricchezza. Non sono capace di analizzare le statistiche che leggo, ma mi sembra evidente che in anni di grande declino il reddito non è salito, ma la ricchezza è salita enormemente». Un arcano che, in realtà, fu presentato come tale per negare un’atavica piaga: il “sommerso”, il “nero” che è tanto caro a migliaia di rispettabili cittadini.

Il Belpaese è ormai tale (ma lo è stato anche in passato) per chi è aduso alla furbizia, allo stratagemma per fregare il fisco. Del resto in Italia per anni, soprattutto gli Ottanta, la parola fattura è stata più associata alla magia che alla produzione di un documento fiscale. Ma, ça va sans dire, non si deve rivelare una roba del genere. Appare disdicevole e offensivo verso il “Paese laborioso”.

L’evasione è anche uno dei temi più branditi nelle campagne elettorali. È la riserva da cui a parole vengono reperite risorse per attuare miracolosi progetto in grado di salvare il Paese. Tuttavia, appena viene illustrata qualche mossa concreta per scovare gli evasori, scattano le vibranti proteste di violazione della privacy. Con tanto di punizione (elettorale) per l’audace leader che vorrebbe un Paese meno truffaldino. Nelle ultime ore è arrivato l’ennesimo appello della Corte dei Conti, che invoca maggiori controlli e denuncia una lotta «ondivaga» contro il fenomeno. Un leitmotiv che si ripropone immutato da decenni, con danni devastanti per le nuove generazioni. Ma guai a denunciare che è “abbastanza singolare” che i gioiellieri dichiarino in media 18mila euro all’anno. L’istantanea impeccabile di una Repubblica fondata sull’evasione.

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