Metamorfosi di un antiberlusconiano

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Dario Franceschini

Poche settimane dopo aver ereditato dal dimissionarioWalter Veltroni la guida del Partito democratico, Dario Franceschini venne etichettato dai più come un «democristiano atipico». Si stupirono, i notisti politici e pure alcuni suoi colleghi di partito, che un uomo di provata estrazione cattolica e centrista si fosse trasformato, una volta a capo dei democrat, in uno dei più ferventi antiberlusconiani della storia.

Malgrado le diffidenze,«Dario il rosso» riuscì a convincere l’ala sinistra del partito, che viveva con apprensione il passaggio di manodel capo della segreteria senza passare attraverso le primarie. Temevano, gli ex Pci, che il Pd si sarebbe connotato di eccessivo moderatismo. E c’era pure chi, come l’allora sindaco di Venezia Massimo Cacciari, vedeva «con terrore» la prospettiva di andare alle elezioni Europee con lui leader:«Prenderemo un’altra legnata clamorosa» (scenario che effettivamente si materializzò, ma non solo per colpa di Franceschini).

Però all’inizio “Dario” spiazzò tutti. Parlò di un «pericolo democratico» rappresentato da Silvio Berlusconi, chiese un riavvicinamento alla Cgil. E, con un gesto simbolico ma di grande impatto emotivo, giurò sulla Costituzione davanti al Castello Estense della “sua” Ferrara, teatro – nel lontano novembre 1943 – della rappresaglia fascista che dopo la morte di Igino Ghisellini portò all’uccisione di undici civili. «Questa è la Carta su cui ha giurato fedeltà», disseil neo segretario con a fianco suo padre Giorgio, ex partigiano,riferendosi al Cavaliere, il quale «ha in mente un Paese in cui il potere viene sempre più concentrato nelle mani di una sola persona». Neanche Veltroni, che dalla Fgci al Pd aveva sempre “viaggiato a sinistra”, si era mai spinto tanto oltre.

Franceschini non si fermò qui. Prima “riabilitò” il Pci lodando la figura di Enrico Berlinguer («Ci voleva un democristiano per farlo», commentòironico Pierluigi Castagnetti), poi in un colloquio con “Chi” andò affermando che lui Veronica Lario l’avrebbe invitata a cena perché «credo sia una donna molto intelligente e la conversazione sarebbe molto interessante. Ma ad una condizione: che non mi parli di suo marito». Infine, pochi giorni prima delle primarie dell’ottobre 2009 – poi vinte da Pier Luigi Bersani – se ne uscì spavaldo: «Non vorrei che fra trent’anni i nostri figli si voltino e ci dicano: ma dov’eravate ai tempi di Berlusconi? Abbiamo dei doveri chevengono prima di ogni altra cosa, dobbiamo svegliare la coscienza civile di questo Paese. Ci dicono che facciamo antiberlusconismo? Chi se ne frega!».

Parole che, rilette oggi, suonano stonate. La metamorfosi di uno dei ragazzi di “Zac” (ossia Benigno Zaccagnini, che fu tra i fondatori della Democrazia cristiana e vicino ad Aldo Moro), passato dalla Dc al Pd con annesso ritorno alla base, è completa. Dopo il pantano elettorale Franceschini è stato il primo a sterzare a destra, malgrado a più riprese nel corso della campagna elettorale avesse fatto sapere che chiusa la fase dell’emergenza il Pd non avrebbe avuto «più nulla a che fare con il Pdl». «Ci piaccia o no, gli italiani hanno stabilito che il capo della destraè ancora Berlusconi», ha affermato non più tardi di un mese fa.«È con lui che bisogna dialogare – ha aggiunto – dobbiamo toglierci di dosso questo insopportabile complesso di superiorità, per cui se l’avversario ti piace ci parli, altrimenti non ci parli nemmeno. Il leader della destra è ancora Berlusconi, e la sua sconfitta deve avvenire per vie politiche, non per vie giudiziarie o legislative».

Giù applausi, nell’ordine, da Lupi, Gelmini, Santanché e Brunetta. Poi, forse non contento, ha rincarato la dose, mandando quasi definitivamente in tilt il sistema: «Temo scissioni nel partito» (che pure, per la verità, ancora non sono scongiurate).

In un governo Letta di chiaro stampo democristiano, Franceschini non poteva non esserci: ministro per i Rapporti con il Parlamento. Titolare di un dicastero con 15 anni di ritardo perché, ha raccontato sua madre Gardenia, nel 1998 D’Alema voleva affidargli quello delle Politiche Comunitarie, poi passato (scherzo del destino) nelle mani dell’attuale numero uno di Palazzo Chigi. Lo fregò la scarsa conoscenza dell’inglese, che nel frattempo ha avuto modo di imparare e per bene.

Nominati viceministri e sottosegretari, fra i quali Micciché e la Biancofiore, su di lui si sono abbattute le ire dei democratici piemontesi.«Il duo Franceschini-Zanda, con l’avallo tacito del partito romano, ha umiliato il Pd piemontese nella rappresentanza nell’esecutivo», ha tuonato Giorgio Merlo nel commentare le dimissioni del segretario regionale in Piemonte Gianfranco Morgando.Peggio è quanto accaduto martedì nel corso delle votazioni per la guida delle Commissioni parlamentari.

Difficile da digerire, per l’elettorato ma soprattutto per i vari Lumia, Casson, Manconi e Lo Giudice, la nomina di un luogotenente berlusconiano come Francesco Nitto Palma a capo di quella della Giustizia al Senato. Uno che, per dirla con le parole di Corradino Mineo, «ha destrutturato sistematicamente ogni giustizia giusta in Italia». I capigruppo Speranza e Zanda, più lo stesso Franceschini, avrebbero trattato con il Pdl per giungere all’accordo sul nome dell’ex Guardasigilli, voluto in prima persona da Berlusconi. Ma, come rivelato daCasson e da Rosaria Capacchione, quello di Nitto Palma «non era un nome condiviso». Così i franchi tiratori sono tornati a colpire, facendo tremare la stabilità di un governo costretto alla perenne ricerca di equilibrio.

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Giorgio Velardi

Informazioni su Giorgio Velardi

Giorgio Velardi, classe ’86, è un giornalista romano. E' stato redattore del settimanale “Il Punto”, per cui si è occupato di politica interna e attualità, ha collaborato con il settimanale di cronaca e cultura sportiva “Terzo Tempo”, con il portale “Soccer Magazine”, con il magazine “Turbo arte” e con “Radio Sapienza”, la web radio del primo ateneo della Capitale. Da luglio a novembre 2010 ha fatto parte della redazione di “Sky Sport24”, il telegiornale sportivo all news della piattaforma satellitare.
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