Governo Monti bocciato in riforme

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Se si fosse trattato di un esame universitario il voto sarebbe stato molto basso. E l’invito quello di ritornare alla sessione successiva, magari avendo studiato di più e meglio. Il tempo però è scaduto e il governo dei professori di Mario Monti, la cui opera di tentato risanamento dell’Italia si è conclusa pochi giorni fa con il giuramento del nuovo esecutivo Pd-Pdl-Scelta Civica guidato da Enrico Letta, ha fatto registrare una sonora bocciatura alla voce “Riforme”.

A novembre del 2011, nel giustificare la decisione di chiedere aiuto all’ex Commissario europeo per la formazione di un governo “tecnico”, il presidente della Repubblica etichettò quello come «il momento del massimo senso di responsabilità. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il Paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria», affermò Napolitano. «Questo è ciò che l’Italia si augura».

Peccato che l’Italia, «dalla fase più acuta della crisi finanziaria», non sia uscita. Anzi, a sentire il nuovo presidente del Consiglio «la situazione è di grandissima difficoltà ed emergenza, e se siamo qui è per far fronte a questa emergenza». Il tema urgente è quello del lavoro, con la manifesta necessità di una modifica della legge Fornero. Una norma, ha commentato il neo ministro del Welfare Enrico Giovannini, «disegnata in modo molto coerente per una economia in crescita» ma che «può avere problemi per una in recessione».

Segno che il governo Monti ha portato a termine solamente una parte del lavoro che avrebbe dovuto allontanare il Paese dalle secche o dal baratro, che dir si voglia. I numeri che sono contenuti a pagina 12 della “Sezione III – Programma Nazionale di Riforma” del Def (Documento di Economia e Finanza) parlano chiaro: circa un terzo delle 832 norme contenute nelle 45 leggi e decreti legge convertiti e nei 24 decreti delegati approvati dall’esecutivo nel periodo in cui è stato in carica necessitano di provvedimenti attuativi da parte delle Amministrazioni centrali. Non solo: altre 56 sono subordinate a condizioni o rese inutili da interventi di legislazione primaria e secondaria intervenuta nel corso del periodo; 82 sono già state definite nei loro contenuti sostanziali e si trovano ora presso Ministeri, istituzioni esterne o inviate alle Camere che in tutti e tre i casi devono pronunciarsi a riguardo; 84 sono in corso di elaborazione perché per loro la legge non prevede un termine di scadenza mentre 227 sono state adottate. E, prosegue il documento, «ci sono provvedimenti che verranno lasciati in eredità al nuovo governo».

Se poi si punta la lente di ingrandimento sugli 8 principali provvedimenti economico-finanziari del governo – fra cui “Cresci-Italia”, “Salva-Italia”, decreto “Sviluppo 2.0”, Spending review e Riforma del lavoro – che comprendono in totale 451 provvedimenti, si scopre che al 15 febbraio 2013 solo 168 (il 37,2%) sono stati adottati mentre 283 (il 62,8%) sono rimasti legati al palo. 157 di questi, segnala il paragrafo 1.13 del documento (“Mantenere alta la guardia: monitoraggio”), non hanno un termine stabilito per l’adozione; 56 sono stati definiti dall’Amministrazione competente ma non ancora adottati e i restanti 98 sono scaduti.

Un po’ poco per chi, come Monti, nel gennaio 2012 andava affermando che con le riforme il Prodotto interno lordo (Pil) dell’Italia sarebbe potuto crescere addirittura del 10%.

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Giorgio Velardi

Informazioni su Giorgio Velardi

Giorgio Velardi, classe ’86, è un giornalista romano. E' stato redattore del settimanale “Il Punto”, per cui si è occupato di politica interna e attualità, ha collaborato con il settimanale di cronaca e cultura sportiva “Terzo Tempo”, con il portale “Soccer Magazine”, con il magazine “Turbo arte” e con “Radio Sapienza”, la web radio del primo ateneo della Capitale. Da luglio a novembre 2010 ha fatto parte della redazione di “Sky Sport24”, il telegiornale sportivo all news della piattaforma satellitare.
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