Il ritratto di un ministro istituzionale

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In genere quando parla annoia. «Perché è competente», dicono in coro gli accoliti. In tv tutti lo invitano grazie all’approccio mansueto, che rassicura lo spettatore che saltimbecca da un canale all’altro. Ha l’espressione mesta e logorante del “buonsenso”, usa ogni due minuti la parola “responsabilità” e ogni trenta secondi fa volteggiare dalle sue labbra la formula magica che risponde al nome di “moderato”. Una dote di cui appone l’etichetta al proprio petto.

Il più delle volte sta fermo. Poi ogni tanto oscilla, più che altro si dimena per capire dove c’è il varco in cui infilarsi. Cerca lo spiraglio giusto. Al momento propizio, fa sobbalzare l’uditorio pronunciando uno stentoreo “sì”, subitaneamente smorzato da un flautato “ma”, che decostruisce quanto poc’anzi sostenuto da lui stesso.

La presa di posizione non è il suo mestiere, preferisce opacizzare quelle altrui e adoperarsi nella fantasmagorica occupazione del cerchiobottismo in cui l’italico genio risulta ineguagliabile. Si insinua con sapienza in tutti gli angoli di potere, «perché è intelligente e saggio», si spellano le mani i seguaci. E, nella sua immota mobilità, si ritrova una calda poltrona ministeriale ad attenderlo. In un bel governo di profilo istituzionale, a-partisan. Un (primo) ministro nato.

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