La lezione di Debora per il Pd che verrà

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Nonostante tutto Debora Serracchiani vince in Friuli Venezia Giulia. La candidata del centrosinistra è riuscita a sottrarre il comando della Regione al presidente uscente Renzo Tondo, doppiando Saverio Galluccio del Movimento 5 Stelle. Il dato va prima di tutto depurato da un’astensione che tracima ben oltre l’inquietante: rispetto alle precedenti elezioni si è registrato un -20% che non ha bisogno di ulteriori commenti.

In tale quadro, però, è contenuto un messaggio fondamentale per il centrosinistra ridotto in macerie dopo la pessima gestione dell’elezione del Presidente della Repubblica: gli elettori, almeno quelli che votano ancora, chiedono volti nuovi e idee fresche. E ancora di più lo pretendono dal Pd, presentatosi come la grande novità del Terzo Millennio. La “gioventù” non deve essere solo anagrafica: alle primarie di Roma ha trionfato il 58enne Ignazio Marino. Un “alieno” della politica capitolina in confronto a una personalità come Gentiloni. Ma il chirurgo aveva con sé la forza della novità e di un certo distacco dalle beghe di partito. Il concetto va quindi esteso ed applicato all’intero partito.

Gli errori dell’attuale classe dirigente sono ventennali e ormai talmente noti che l’elenco provoca uno sbadiglio, oltre che una fitta allo stomaco. Il malcapitato Bersani è finito nella tempesta, suo malgrado, pagando il conto anche per i suoi “compagni di scuola (comunista)”. Proprio lui che meno di tutto avrebbe meritato una fine tanto ingloriosa, trovandosi sulla tolda di comando al momento del naufragio (mentre i sodali di un tempo cercano già le scialuppe di salvataggio, vedi D’Alema).

La pecca più grande del segretario (ora) dimissionario è di non aver lasciato l’incarico il giorno dopo le elezioni, quando avrebbe dovuto formare una “unità di crisi” per gestire l’eventuale nascita del governo e la votazione del Capo dello Stato. Invece Bersani ha giocato una partita tutta personale, conquistandosi peraltro una nicchia di merito: fare da baluardo all’ipotesi del governissimo. Per il resto è stato un disastro e di fronte allo sfaldamento (e al tradimento) delle sue truppe ha dovuto cedere in maniera traumatica. Il bis di Napolitano è nei fatti l’accettazione di un patto con il Pdl, indipendentemente dai nomi che formeranno il governo.

La base per ripartire è, appunto, la base. Quella militante e simpatizzante che sul web, e non solo, ha manifestato disappunto verso la gestione del Pd. I “caminetti” di partito appartengono a un’altra storia, che tanti dirigenti da Prima Repubblica proprio non comprendono. Il mondo si è evoluto così come la partecipazione politica. Basterebbe leggere un buon saggio per apprendere nozioni peraltro visibili a chi vive nel mondo reale. L’approccio di voler “convincere” gli elettori delle proprie idee è tipico di una tradizione arcaica, da primo Dopoguerra (tipo questa situazione).

L’ascesa di leader come Beppe Grillo e Matteo Renzi, che nelle loro diversità presentano delle assonanze, evidenzia che la politica deve sapersi fare carico delle istanze dei cittadini, a partire dall’abbattimento dei costi della democrazia. E il Pd che verrà, al di là di diaspore e scissioni, deve avere questa forma: di prossimità con gli elettori. Sia nel mondo “reale” che in quello “virtuale” (ma non tanto) del web. Del resto era proprio questo il sogno democratico…

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