La non strategia del Partito democratico

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Berlusconi sì, Berlusconi no. Il centrosinistra si ritrova esattamente a  venti anni fa, quando il Cavaliere proclamò la “discesa in campo”. Nel mezzo è passata una consistente porzione di storia che ha portato l’Italia al sostanziale fallimento economico, ma anche morale e sociale. Come ha sintetizzato Beppe Grillo nel Paese ci sono «solo macerie». Ma il Partito democratico è sempre immobile nella sua “non strategia”. «Avviare il dialogo o chiudere al dialogo con Berlusconi», si chiedono, neo Amleti, i dirigenti di Largo del Nazareno.

Dario Franceschini, un tempo inossidabile antiberlusconiano, ha scoperto che del resto l’ex presidente del Consiglio è un interlocutore perché «siamo entrati in una stagione del tutto nuova». Che in realtà assomiglia a una stagione di ingovernabilità non proprio favolosa. Ci sono dei dubbi sul fatto che sia nuova, ma esiste la piena certezza che è negativa. Tuttavia non c’è stato un leader o simil tale che si sia degnato di spiegare all’ignaro cittadino su quali basi possa fondarsi una ipotetica intesa. Al di là delle poltrone a disposizione tra Quirinale, governo e commissioni parlamentari, cosa potrebbe mai unire due partiti che hanno guerreggiato per decenni e che quando hanno formato una maggioranza, sotto le insegne tecniche di Monti, hanno impiegato settimane intere a scaricare le responsabilità dei provvedimenti più amari per gli elettori? Un «governissimo», che peraltro avrebbe poco di superlativo, quali temi metterebbe in agenda?

Rivalità. Il Pd non è scosso solo da fremiti esterni relativi alla formazione dell’esecutivo. I movimenti tellurici scuotono le fondamenta del partito dal suo interno. Matteo Renzi ha avviato la sua campagna per abbattere definitivamente la vecchia classe dirigente. Il momento è propizio, visto il tragico risultato elettorale. L’ennesima conferma che l’elettorato chiede un cambiamento reale (un dato emerso anche dalle primarie di Roma, in cui ha trionfato il volto di outsider di Ignazio Marino) e non l’indefinita etichetta del «governo del cambiamento»; che è solo la conferma di un’assenza di visione politica e strategia comunicativa. La rivalità tra renziani e bersaniani è un altro innesco, insieme ai «dialoghi sui governissimi», che potrebbe far deflagrare il partito. Dunque la tensione viene vista come un evento minaccioso, quasi luttuoso. Ma, come tutte le crisi, potrebbe anche provocare una salutare esplosione e la conseguente riscrittura della geografia di un centrosinistra che, così com’è, è un’entità amorfa.

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