Ma la laurea serve per trovare il lavoro?

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Per tanti anni la laurea è stata il passaporto per il salto sociale, lo strumento migliore per il passaggio di classe. Poi è venuta la crisi, e molti giovani si sono ritrovati a rigirarsi per le mani, quello che sembra essere diventato a tutti gli effetti un inutile pezzo di carta. Eppure, secondo Richard Dobbs e Anu Madgavkar, in futuro ci sarà sempre più spazio per laureati e post-laureati.

Ma sarà così anche per l’Italia?

Al momento il tasso di disoccupazione è al 10,7%, 34,5% per i giovani dai 15 ai 24 anni. Per cui non c’è da stupirsi se negli ultimi anni la partecipazione dei giovani all’istruzione universitaria mostra un calo.

Infatti, secondo quanto emerge da un documento del Cun (Consiglio universitario nazionale) intitolato “Dichiarazione per l’università e la ricerca, le emergenze del sistema”, sono sempre meno gli iscritti all’università. In un decennio gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). In oltre, in sei anni (2006-2012) anche il numero dei docenti si è ridotto del 22%. In sei anni in oltre, sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Nel 2012 sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali.

Uno dei motivi per cui gli immatricolati sono diminuiti, è anche dovuto all’incremento del costo delle rate, rispetto allo scorso anno infatti c’è stato un aumento del 7%: stando a quanto emerge dal rapporto della Federconsumatori, per la prima fascia di reddito l’aumento è dell’11,3%, per la terza del 2,8%, per la penultima dell’1,1% e per l’ultima del 5,5%. Per un totale di un aumento del del 7% con un aggravio pari a 70,68%.

Per quanto riguarda i laureati, l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse. Siamo infatti al 34mo posto su 36 Paesi. Solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6 % degli iscritti, infine, è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami. Ma il numero dei laureati nel nostro Paese è destinato a calare ancora anche perché, negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto.

Ma vale la pena quindi investire in una laurea?

Stefano Scabbio, presidente e ad di ManpowerGroup Italia e Iberia afferma: “Abbiamo un Paese che non cresce e che non crea occupazione, e c’è anche un problema di classe dirigente poco preparata, che fa fatica a introdurre laureati brillanti nella propria organizzazione”.

Eppure, il sistema attuale fatto di piccole imprese concentrate nel settore manifatturiero, ragiona Scabbio, già non regge la concorrenza con gli altri Paesi: bisognerà passare a un sistema che metta al centro la ricerca e l’innovazione, le nuove tecnologie: “Abbiamo ancora un modello di sviluppo molto tradizionale, con poca tecnologia. Per cui i laureati molto preparati finiscono per andare all’estero, lì trovano opportunità. Ma già le cose stanno cambiando, e ci sono dei profili che già adesso sono molto ricercati in Italia: tutta l’area ingegneristica con indirizzo meccanico, strutture, elettronico, ingegneria informatica, le lingue, economia e commercio per ruoli di controllo di gestione”.

Comunque dalle indagini di Unioncamere, Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, emerge una richiesta non soddisfatta di laureati in Economia bancaria, informatica, meccanica e civile, scienze economico aziendale, farmacia, radiologia, discipline sanitarie e ingegneria civile tra cui indirizzo strutture.

Molti di questi neolaureati o non trovano lavoro o se lo trovano sono mal retribuiti, sfruttati per qualche anno e mandati via, senza avere mai un vero contratto. In oltre sanno quando iniziano a lavorare ma non sanno mai quando finiscono, e spesso vengono pagati oltre che male, anche con un notevole ritardo.

Anni ad aspettare un contratto che ripaghi tutti i sacrifici, ma nel frattempo l’unica cosa che si ottiene è solo la perdita di entusiasmo, demoralizzazione e sfiducia, che giorno dopo giorno intaccano anche la sfera personale, portando l’individuo a perdere punti di riferimento, obiettivi e speranze. Come afferma il sociologo Richard Sennett, l’uomo oggi è caratterizzato da una flessibilità, che porta l’individuo a perdere il controllo della propria vita; la flessibilità conduce al disordine e non alla libertà e corrode la personalità dei dipendenti a causa di una mancata stabilità lavorativa. I lavoratori di oggi sono sempre in cammino, costretti ad inseguire i repentini e imprevedibili mutamenti economici, impossibilitati a reggere il ritmo degli incalzanti cambiamenti, angosciati dal futuro e dalla paura di non farcela, senza tempo da dedicare ai figli, senza modelli stabili da trasmettere, senza la possibilità di elaborare una narrazione, personale e lavorativa, che abbia uno sviluppo coerente e consenta loro di costruirsi un’identità passabilmente stabile.

E’ per questo che nel 2011 gli italiani, soprattutto ragazzi, che hanno fatto le valigie e hanno deciso di andare all’estero, sono stati circa 50 mila.

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