Elezioni 2013: l’analisi di una sconfitta

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Bandiera PD

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Se i risultati elettorali riportano una vittoria mutilata per il centrosinistra, il dato politico indica una sconfitta senza appello per le forze istituzionali che compongono la sinistra italiana: partiti e sindacati. E’ sbagliato ricercare le cause in una campagna elettorale poco incisiva oppure dibattere sull’opportunità di svolgere le primarie o meno: le ragioni della disfatta vengono da lontano e in un paese in cui il 60% dell’elettorato è accusato, arrogantemente, di cedere al populismo, la sinistra da anni ha smesso di essere una forza popolare e di avere il polso degli umori nazionali.

Se la sinistra ha come scopo esistenziale l’estensione del benessere alla parte più larga possibile della popolazione, difendere gli svantaggiati, ridurre le ingiustizie e le disuguaglianze sociali e, in ultima analisi, raggiungere la felicità, possiamo dire che gli ex PCI hanno perso la bussola non ieri ma vent’anni fa?

Nell’articolare una proposta politica è prevalso l’elitismo, nell’organizzare la struttura interna sono prevalsi il burocratismo e il depotenziamento delle sezioni territoriali. Mentre il numero dei militanti scendeva, ci si arroccava in un approccio top down, dove le decisioni si prendevano in alto e non si apriva il partito a giovani e movimenti che potessero contaminarlo con energie fresche e nuove istanze. Si è guardato con sospetto chiunque fosse al di fuori della struttura, anche quando le battaglie sociali potevano essere coincidenti.
A livello politico si è preferito ascoltare le elite economiche e culturali, i ‘salotti buoni’. In una confusa idea di rinnovamento post-guerra fredda, si è inseguito il pensiero liberale, senza peraltro essere mai convincenti né come socialdemocratici né come liberali. Grillo e il suo Movimento, gente ‘pericolosa’, ‘irresponsabile’ e ‘incapace di parlare un buon italiano’ hanno presentato il conto. Non eravamo anche noi, secoli fa, un movimento di gente ‘ignorante’ che faceva paura all’establishment? E molte delle proposte di Grillo non nascono forse dall’esistenza di domande sociali che sono ancora oggi inascoltate a sinistra?

Dalla questione sulla moralità del potere alle lotte in difesa dei servizi pubblici, non si è mai agito in tempo, a volte in ritardo, troppe volte addirittura in direzione opposta. Le politiche sulla TAV sono un buon esempio. Sono state privatizzate le ferrovie, i costi di un viaggio in treno per un comune cittadino sono triplicati, sono stati spesi miliardi di soldi pubblici in opere costose e, in alcuni casi, di dubbio beneficio economico. Si è scelto di favorire le banche che erogavano i prestiti, i business trip per le grandi imprese e quei pochi benestanti in grado di permettersi un Roma-Milano di andata e ritorno. Si è dato retta a una Commissione Europea in mano alle destre da un decennio. E’ mai stato tenuto in considerazione l’interesse di milioni di lavoratori che quotidianamente viaggiano in trasporti pendolari fatiscenti? Si costruivano ferrovie per il trasporto merci, ma non si faceva nulla per difendere quelle fabbriche che avrebbero dovuto caricare le merci su quei treni. E che oggi muoiono come mosche.

Ancor più drammatica è stata la posizione della sinistra sull’Europa. L’europeismo, da che era uno strumento per la creazione e la difesa di uno stato sociale e di una prosperità condivisa a livello continentale, è diventato un feticcio. Il mantenimento dell’euro, dall’essere uno strumento di politica economica è diventato un obiettivo senza se e senza ma. Sono stati accettati principi iniqui come il pareggio di bilancio, l’austerità come risoluzione del deficit di competitività delle nostre industrie. E mentre i nostri capannoni chiudevano, mentre le condizioni di lavoro diventavano sempre più precarie, le nostre classi dirigenti si preoccupavano di risultare accettabili ai mercati finanziari e a istituzioni al di fuori di ogni controllo democratico, come la BCE e l’FMI. Escludendo categoricamente alcuni strumenti di riduzione del debito pubblico (default, ritorno alla lira, nazionalizzazione delle banche da ricapitalizzare), ma insistendo solo su alcuni (privatizzazioni, tassazione, tagli alla scuola e sanità), si è infine generato il comprensibile sospetto che la sinistra difendesse in realtà gli interessi di chi detiene i titoli pubblici (banche, ceti medio-alti, investitori stranieri) e non i lavoratori e le piccole imprese che dovrebbero comporre il nostro universo di riferimento. Con la scusa di trovarsi sul lato debole del rapporto di forza, si è rinunciato sempre a provare a ribaltare questo rapporto, o almeno a contrastarlo. Sia a livello internazionale, che sul piano interno.

Queste elezioni sono il segno di una nuova fase storica in Italia. Fa impressione, ad esempio, che la Chiesa cattolica non esista più nello scenario politico. L’UDC ha ottenuto l’1,7%. Mai come oggi si può dire che siano tramontate le categorie politiche tradizionali che hanno segnato la nostra storia repubblicana. Grillo e Casaleggio hanno ragione nel dire che quella italiana è ormai una società post-ideologica, nel senso che le persone ormai non si riconoscono a priori sotto nessuna bandiera (a parte noi elettori del centrosinistra, forse…). Ma sbagliano nel credere che siano morti anche i blocchi sociali e che vi siano soltanto individui in cerca di ‘idee vere e giuste’. Qualsiasi riforma genera perdenti e vincenti e compito della politica è scegliere da che parte stare. Se da sempre la sinistra aveva rinunciato a catturare il sottoproletariato fascio-berlusconiano e leghista, la presa del M5S sull’elettorato di sinistra è il segno di quanto sia cresciuta la disaffezione verso organizzazioni politiche ormai percepite come ipocriti e distanti, sia nel formulare proposte di riforma sia nel gestire il cambiamento al loro interno.

Sia nel PD che in SEL, in molti abbiamo creduto di poter avviare una battaglia culturale e politica di lungo periodo, ma con questo voto il paese reale ci ha superato: non c’è più tempo. Il tessuto sociale e industriale è in disfacimento, un lavoro e una prospettiva servono ora e non tra dieci anni, quando forse sarà troppo tardi. Di fronte alle responsabilità storiche accumulate negli anni, l’attuale classe dirigente ha ormai perso la credibilità di poter elaborare una visione del paese alternativa allo status quo. Anche quando i nostri politici sono singolarmente incolpevoli, ormai il discredito a loro sfavore è totale.

Nel breve periodo già si alzano le voci di chi invoca la leadership di Renzi (ammettendo, di fatto, l’inefficacia delle primarie come strumento di selezione della dirigenza). Ma Renzi, o chi per lui, non arresterà il declino della sinistra (intesa come strumento politico di un blocco popolare), se sarà un volto nuovo che continuerà a promuovere le fallimentari politiche pro-establishment dell’ultimo ventennio. Finora nulla fa pensare al contrario.

Quando Bersani ha concluso la campagna elettorale avvertendo che senza il PD i mercati ci avrebbero ridotto come la Grecia, mi sono profondamente vergognato. E ho avuto la netta conferma (se l’appoggio a Monti non fosse bastato) che Bersani e i vecchi dirigenti ci stessero portando sulla rotta suicida già percorsa dal partito socialista greco: responsabile con i poteri forti, irresponsabile verso la propria gente. In Grecia il Pasok è stato eclissato dal panorama politico, la logica estinzione di un partito che di sinistra aveva ormai soltanto il nome. Un partito che, semplicemente, non serviva più a nessuno.

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