L’anno che verrà – una donna che non sia oggetto

Violenza: con riferimento a persona, la caratteristica, il fatto di essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione. Oppure: ogni atto o comportamento che faccia uso della forza fisica per recare danno ad altri nella persona o nei suoi beni o diritti. Ancora: in sociologia, l’uso distorto o l’abuso della forza contro qualcosa che gode della protezione della legge; in senso più ampio, ogni forma di aggressione, di coercizione, di dominio, e anche, più astrattamente, di influenza, condizionamento e controllo delle attività pratiche e più ancora di quelle intellettuali dell’uomo. Questi sono i significati del termine riportati dall’ enciclopedia Treccani. Aggiungiamo alla violenza un oggetto donna e abbiamo quello che secondo le istituzioni è il femminicidio (che è un neologismo).

E proprio questo è il problema, l’oggetto. Peccato (per chi la intende così) che la donna non lo sia. Forse questo tipo di approccio mentale attivo e passivo alla violenza  è insito nelle nostre menti, nella nostra cultura. Ed è qui che dobbiamo lavorare per l’anno che verrà: gli uomini facendo sana autocritica e imparando il controllo ed il rispetto per tutte le forme di vita e le donne prendendo coscienza che non sono un oggetto di proprietà. E cioè che possono anche lavorare in una casa chiusa ad Amsterdam e guadagnare con il loro corpo, o fare svolazzare il vestito mostrando in diretta mondiale la loro farfalla tatuata (e non solo), o ancora facendo Bunga Bunga tutte le sere, ma sempre sentendosi padrone legittime e libere del proprio corpo.

Vestiti provocanti e succinti”, come recita la lettera di Don Corsi? Io per l’anno che verrà rispondo di sì. Sì perché la Chiesa è stata molte volte pronta a insabbiare casi di violenza domestica pur di tenere saldo il pilastro della famiglia, sì perché l’immagine della donna dipinta da don Corsi è quella che deve essere deplorata e c’è da riflettere anche su quella dell’uomo “violento per natura” che sembra non sia in grado di contenere i suoi istinti primordiali. Il diritto di impossessarsi di quello che si vuole senza autocoscienza dell’entità dell’altro non ce lo dà nessuno, tantomeno la Bibbia.

Detto questo dall’inizio del 2012 ad oggi sono circa 101 le donne uccise per i motivi sopra indicati. In Italia non esiste un osservatorio nazionale sul femminicidio e ancora, l’ordinamento italiano è privo di una definizione normativa di “violenza di genere”, stabilita dalla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite, nel 1993.

Il Consiglio d’Europa raccomanda, infine, un centro anti violenza ogni 10.000 persone e un centro d’accoglienza ogni 50.000 abitanti (Raccomandazione Ue – Expert Meeting sulla violenza contro le donne – Finlandia 8-10 novembre 1999): in Italia dovrebbero esserci dunque 5700 posti letto ma ce ne sono solo 500, contro i 1100 della Francia, i 7000 della Germania, i 4500 della Spagna e i 3890 dell’Inghilterra. Anche la Turchia è più avanti di noi, con 1478 posti a disposizione. Un fatto gravissimo che fa quasi insinuare un ruolo attivo delle istituzioni in questo tema. L’anno che verrà deve tener conto di tutto questo.

Noemi Debbi

Informazioni su Noemi Debbi

Nata, cresciuta e pasciuta. Diplomatasi al liceo classico, con tante domande si iscrive a Filosofia per avere risposte. Ottiene in cambio ulteriori domande, così decide di prendere la realtà per il bavero e di ottenerle con la forza. E' iperattiva, si interessa di filosofia del linguaggio, di filosofia politica, e di comunicazione politica. Ama il teatro per essere uno specchio, un passaggio verso un'altra realtà in cui può purificarsi . La frase che meglio la rappresenta è " Nuvole sparse qua e là, bel tempo altrove. Serena, variabile".