Mercanti di notizie: come si fa il giornalismo?

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Due lettere, a distanza di pochi giorni l’una d’altra, disegnano lo stato dell’arte dell’editoria italiana meglio di tanti studi e approfondimenti. Una a firma di Giovanni De Mauro, direttore del settimanale Internazionalel’altra indirizzata anche a Luca Telese, direttore del quotidiano Pubblico. La prima è la risposta ad un ragazzo che chiedeva come fare per diventare un giornalista, la seconda è dei giornalisti della redazione di Pubblico scesi in sciopero. Partiamo da chi già è redattore.

La strategia del panino

Pubblico, guidato da Luca Telese e Tommaso Tessaroli è in crisi dopo appena tre mesi di vita. Le prime avvisaglie si potevano intuire quando si è ribassato il prezzo di vendita delle copie, e quando si è iniziato ad allegare cd e documentarie (la strategia del panino appunto). Il quotidiano non ha finanziamenti pubblici, quindi si regge sulle proprie gambe e quelle dei lettori che vanno fino in edicola ad acquistarne una copia. Il modello da seguire in parte era quello de Il Fatto Quotidiano, che prima di veder la luce (L’AnteFatto) aveva raggiunto oltre 50 mila abbonamenti. Un attestato di fiducia che ha permesso un posizionamento nel panorama editoriale.

Fratelli coltelli

Parlare del successo (di vendite) del Fatto per spiegare le difficoltà di Pubblico, non è tanto peregrino. Molti dei redattori vengono da lì; compreso il direttore di Pubblico che ha lasciato i suoi ex colleghi del Fatto suscitando una coda di polemiche. Poco importa ora dei rancori ma piuttosto notare che Il Fatto ha aperto la strada per una editoria senza finanziamento pubblico. Dimostrando che senza aiuti di stato si può far fronte al mercato. Certo è che avere nomi conosciuti, soprattutto grazie al mezzo televisivo abbia giovato alle vendite, e ancor di più avere un nemico in carne e ossa contro cui scagliarsi e definire la propria identità, riconosciuta e apprezzata dai lettori (degli elettori non è ancora dato saperlo). Essere apertamente anti berlusconiani e anti casta quando il Cav era ancora ritto in sella ha aiutato non poco Travaglio, Padellaro e Co. Telese con Pubblico forse non ha trovato il momento, o il nemico giusto. Monti e lo spread sono bersagli anche troppo facili, e la concorrenza è sia a destra che a sinistra: quindi c’è poco spazio per ritagliarsi un’identità ben riconoscibile. Pubblico si presentava come il giornale dei primi, per merito, e degli ultimi, nella scala sociale. Citando apertamente, e fieramente, Liberation. Non tutti i lettori però l’hanno capito. Anche perché giornali schierati a sinistra ce ne sono già, quindi occorreva trovare altri spazi (chi non viene dal Fatto viene dall’Unità). Il Manifesto, madre e padre di tutte redazioni con l’eskimo, è sull’orlo del baratro: identitario, su quello finanziario lo è da anni. Forse però bisogna aspettare a cantare il De Profundis.

Si potrebbe pensare  che il rosso non porti bene ai conti dei giornali: ma anche chi non è apertamente schierato naviga in brutte acque. Come il gruppo RCS. Il problema è quasi sempre lo stesso: i lettori disertano le edicole, non c’è una maniera ottimale per valorizzare gli utenti web, ma per fortuna ci sono gli aiuti statali. Pubblico non ha questo paracadute, ma neppure è stato premiato dal mercato, che si potrebbe dire saturo. Va considerata anche in questo caso la tempistica. Se a tre mesi dall’apertura una qualsiasi azienda entra in crisi (cioè non riesce a pagare i dipendenti e pensa a ridimensionamenti) qualcuno non ha fatto i conti con l’oste. Quando si parla di editoria non bisogna solo citare l’articolo 21 sulla libertà d’opinione (che appartiene a tutti i cittadini), bisogna pensare anche all’articolo 41, sulla libertà d’impresa. Da cui si può far derivare il principio del rischio imprenditoriale. Non posso aprire un’attività senza sapere come fare profitto, e successivamente pensare di scaricarne i costi sulla collettività. Non è il caso di Pubblico. Ma sono molti i casi di “editori” improvvisati, come di giornalisti che si non si rendono conto che lavorano in una azienda, che deve (dovrebbe) rispettare anche le regole del mercato, non solo quelle deontologiche.

Ci sono troppi giornalisti?

Il giornalismo raramente si confronta in un mercato aperto di  professionalità e idee, preferendo un approccio corporativista. Soprattutto nella cooptazione di nuove risorse. E arriviamo all’altra lettera. Il direttore di Internazionale spiega con buon cuore come diventare dei giornalisti: conoscere l’inglese, saper scrivere, essere curiosi. Nel sottolineare la banalità va riconosciuto la buona volontà. La maggior parte dei giornalisti infatti allo stesso quesito rispondono scoraggiando fortemente  il domandante di dar seguito alle sue aspirazioni, forse anche per snellire la futura concorrenza. Non si dovrebbe disilludere un ragazzo di 19 anni, ma neppure illuderlo. Raccontargli la verità, senza infingimenti di sorta sarebbe sufficiente. I consigli di De Mauro soffrono dello stesso male che sembra aver colpito la redazione di Pubblico: tante belle parole affogate in un mare di numeri. In Italia sono iscritti all’Ordine dei Giornalisti in 112 mila (il doppio dell’Uk), di cui meno della metà esercita la professione, e il 19% ha un contratto a tempo indeterminato. Sono aumentati negli ultimi anni le richieste di iscrizione per il sussidio di disoccupazione. Una risposta fuorviante e poco realistica quella di De Mauro, pur essendo sacrosanti i suoi consigli. La domanda da fare però è: “quanti dei professionisti che vediamo sulle prime pagine dei quotidiani o nei tg le hanno seguite per arrivare dove sono?”. Nell’esatte 2012, a ridosso dell’uscita dal Fatto, Telese presentando il suo nuovo progetto, aveva chiesto appello anche ai suoi follower su Twitter: inviate curriculum per la redazione di Pubblico. Ne sono arrivati più di mille, supponiamo con competenze e sensibilità diverse. Poco dopo in un road show per parlare della nascente testata, alla ricerca anche di pre-abbonati, Telese presentava la sua redazione, già costituita. Non ci si meravigli allora se i lettori sono sempre gli stessi da anni. Seguono il trend dei giornalisti: come loro si spostano da un giornale all’altro, in base agli umori e alle offerte (di allegati) del momento.

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Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
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