Piazza Fontana, 43 anni dopo. Il perché della strage

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Milano 12 dicembre 1969, esplode una bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. E’ strage: sedici i morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto i feriti. Inizia una nuova era per l’Italia, s’inaugura la strategia della tensione che porterà ai dieci anni più oscuri della vita politica italiana. Il movente dell’attentato può essere compreso guardando alla società italiana degli anni Sessanta, dove un’Italia in trasformazione porta a vere e proprie lotte intestine.

Il boom economico trasforma l’Italia. Gli anni Sessanta segnarono in Italia la svolta del boom economico, che si protrasse per il decennio successivo. Questo periodo di crescita fu segnato in particolare dal cambiamento delle attività produttive, in particolare crebbe il settore industriale a discapito delle attività agricole; nel 1962 l’industria produceva circa il 44% del reddito nazionale, mentre l’apporto della produzione agricola scendeva al 27%. Una simile trasformazione comportava  modifiche anche nel settore dell’occupazione, è in questi anni che cresce vertigionosamente il numero delle masse operaie. La stessa struttura della società venne repentinamente a modificarsi, i posti di lavoro erano prevalentemente situati in città, costringendo a una migrazione con il conseguente spopolamento dalle campagne. Tra il 1951 e il 1961 la popolazione di Milano cresce del 25%, quella di Roma del 30% e quella di Torino del 43%. Le città diventano metropoli.

I giovani e la società. Il cambiamento repentino nella società è un elemento destabilizzante, soprattutto tra i giovani, che si ritrovano in preda ad “una cappa autoritaria, clericale, classista, che avvolge e immobilizza il paese e che deve essere radicalmente trasformato”. Il dato generazionale diventa un fattore aggregante e i giovani si ritrovano ad essere una forza politica che deve confrontarsi con un mondo nuovo. E’ forte la differenza con i genitori, la nuova generazione ha la possibilità di studiare continuatamente, di informarsi, di avere un’opinione. Il 1968 è figlio delle volontà e dei bisogni di una nuova generazione, che è costantemente in contatto con quanto avviene nel mondo grazie all’immensa espansione dei mass-media.

Le formazioni terroristiche. E’ in questo fermento che nascono alcune formazioni politiche, composte in prevalenza da giovani contestatori, che cercano di creare un raccordo tra gli studenti, motore delle rivolte del 1968, e la politica. In questa direzione si muovono associazioni come “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “Avanguardia operaia”. Oltre questi fermenti positivi gli anni Sessanta vedono però nascere anche fenomeni nuovi che coinvolgono le ali estreme delle ideologie politiche. Come reazione alla protesta studentesca del 1968 nascono i gruppi neosquadristi di estrema destra, gruppi estremamente violenti che portano la lotta studentesca al di fuori dell’università. Accanto a questi gruppi neofascisti nascono formazioni di estrema sinistra, che prendono a modello la società utopica di Marx e Lenin: i brigatisti rossi.

La politica. Gli anni Sessanta si aprono con il tentativo dei due partiti maggiori, Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, di cooperare; un’alleanza di difficile attuazione, il PSI deve attuare un governo di centrosinistra con un programma molto avanzato di riforme per diventare la “nuova” sinistra riformatrice. La DC, al contrario, deve portare avanti un programma molto moderato di riforme per non spaventare il proprio elettorato più moderato conservatore, che costituisce una parte importante del suo consenso. Le trattative tra Nenni, segretario del PSI e Moro, sono estenuanti al punto che i partiti della maggioranza si vedono costretti a varare un primo governo monocolore democristiano. Bastano sei mesi e la coalizione prende vita, portando a termine la IV legislatura (1963-1968).

La strage di piazza Fontana arriva, quindi, in un clima sociale teso e complicato. Nelle ore successive all’attentato le forze di polizia perquisiscono le sedi di tutte le organizzazioni di estrema sinistra e in tre giorni vengono arrestate una decina di persone, sono tutti anarchici: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Iniziano gli interrogatori e il 15 dicembre nel cortile della questura di Milano Giuseppe Pinelli cade da una finestra del quarto piano. Causa ufficiale della morte è suicidio. Lo stesso giorno Guido Lorenzon, segretario di una sezione della DC, dichiara di avere informazioni riguardo all’attentato: all’indomani dell’esplosione aveva avuto una conversazione con l’editore Giovanni Ventura, che aveva confidato di appartenere a un’organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un regime di destra. E’ il procuratore Pietro Calogero a raccogliere la testimonianza e a credere a Lorenzon, con il quale si accorda per continuare a seguire Ventura. Vengono raccolti una serie di solidi indizi contro quest’ultimo e contro Franco Freda, anch’egli editore e fondatore dei Gruppi AR (gruppi aristocrazia ariana).

Le indagini vanno avanti e nel 1971 si scopre sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto un vero e proprio arsenale di armi ed esplosivi, tra cui in particolare, casse di munizioni siglate NATO; su confessione del proprietario del palazzo, si scopre che le armi sono state depositate da Ventura.

Si  scopre che tutte le riunioni del gruppo estremista si tenevano nella sala di un istituto universitario di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco Pozzan, braccio destro di Franco Freda.  Pozzan è a lungo interrogato fino a quando non confessa il piano e l’identità di un altro partecipante all’attentato, Pino Rauti, dirigente nazionale del MSI e fondatore del movimento “Ordine Nuovo”. E’ il 3 marzo 1972 quando Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti vengono arrestati.

La contro-inchiesta delle BR. Il 15 ottobre 1974 venne rinvenuta un’inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Ai magistrati non vennero forniti tutti gli atti rinvenuti, solo una minima parte, che scomparve fino al 1992. Le conclusioni di questa indagine sono in parte differenti dalle ricostruzioni che si faranno nella lunga storia dei processi: secondo l’indagine, l’attentato era stato organizzato materialmente dagli anarchici. Costoro avrebbero avuto in mente un atto dimostrativo, che solo per un errore nella valutazione dell’orario di chiusura della banca si trasformò in una strage. Esplosivo, timer e inneschi sarebbero stati forniti loro da un gruppo di estrema destra. Pinelli, sempre secondo questa ricostruzione, si sarebbe realmente suicidato perché sarebbe rimasto coinvolto involontariamente nel traffico di esplosivo poi utilizzato per la strage. Le Brigate Rosse mantennero segreti i risultati della loro inchiesta, per motivi di opportunità politica.

Gravità della strage. L’attentato di piazza Fontana rientra nell’insieme di atti terroristici che hanno costellato la fine degli anni Sessanta, fino ad inizio anni Ottanta. Dal 1975 al 1980 gli atti terroristici in Italia sono 8.400, di cui il 35% circa attribuibile alla destra eversiva.  In particolare l’attentato di piazza Fontana è stato preso come cesura di un periodo, molti hanno additato l’evento come causa scatenante dell’entrata nella lotta armata delle Brigate Rosse, anche se Alberto Franceschini, noto brigatista rosso dichiarò “Il nostro progetto di lotta armata maturò prima di piazza Fontana, indipendentemente dalla strage, […] questa costituì la conferma della necessità del nostro progetto.”. Alcuni danno rilievo all’evento poiché preso ad inizio della strategia di tensione, atta a destabilizzare la situazione politica italiana, influendo sul sistema politico democratico, rendendo instabile la democrazia.

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