Omofobia: una storia normale in un Paese anormale

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di Jennifer Toppi

Omofobia: la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, basata sul pregiudizio.

Questa è la definizione da vocabolario della parola omofobia. Già da qui si scorge un problema di base: avversione irrazionale. Sì, perché in verità l’odio nei confronti di queste persone non è altro che un’irrazionalità. La parola potrebbe farci pensare ad una vera e propria fobia a livello clinico, in verità non è considerata tale. L’omofobia non deriva da una credenza sociale o politica, bensì da dentro di noi, dall’equilibrio interno di ogni singolo individuo.

Spesso è stato riscontrato che sono omofobi coloro che sono autoritari e insicuri, quelli che si sentono minacciati dal “diverso da sé”, ovviamente non solo riferito agli omosessuali ma anche rispetto a chi la pensa diversamente da loro. Queste personalità così rigide hanno anche caratteristiche comuni su altri fronti, infatti ricerche psicosociali hanno evidenziato che l’omofobia è legata a caratteri come: l’anzianità, il basso livello d’istruzione, idee religiose fondamentaliste, non avere contatti personali con persone gay o lesbiche. Purtroppo questa “differenza sessuale” viene notata da molti, ciò è evidenziato dal fatto che l’Italia è il paese dell’Unione Europea con il maggior tasso di omofobia sociale, politica ed istituzionale. Quest’avversione contro il “diverso” scaturisce in episodi di bullismo, violenza o addirittura di suicidio, specialmente nel periodo adolescenziale.

Davide, il ragazzo che pochi giorni fa si è suicidato a Roma, ne è l’esempio concreto. Lo studente quindicenne si è tolto la vita perché discriminato continuamente a scuola. I suoi compagni avevano addirittura creato un gruppo su Facebook per deriderlo, una pagina visibile a tutti e questo Davide lo sapeva bene, ma faceva finta di niente. Al liceo lo chiamavano “il ragazzo dai vestiti rosa” e lui, in verità, non faceva altro che esprimere se stesso liberamente. Davide, in un’Italia del 2012, è morto non solo per colpa del bullismo dei suoi compagni, ma anche per colpa delle istituzioni che ci rappresentano. Tanto che la politica non ha sancito una legge contro l’omofobia. Pier Luigi Bersani dice che siamo in Italia e il matrimonio gay non si può fare, priva centinaia di migliaia di giovani della speranza di un futuro di coppia. Rosy Bindi dice che volere il matrimonio è da massimalisti.

Quello che in Italia spaventa è il silenzio, un silenzio assordante che si rompe solo con l’ennesima bocciatura alla proposta di legge contro l’omofobia. La Fornero, ministro delle Pari Opportunità, esprime rammarico e Napolitano la segue in tal senso. C’è stato anche chi, attraverso un appello al presidente Monti, ha comunicato il suo disagio. È il caso di due giovani di Firenze, Giulio e Simone, che sono stati vittima di un’aggressione: “Siamo stati aggrediti perché ci tenevamo per mano e ci scambiavamo un bacio, questo è intollerabile in un paese civile. Il Presidente del Consiglio ci incontri e dia un segnale chiaro di contrasto alla violenza omofoba. L’omofobia è un male da contrastare. Lo si fa in tutta Europa, è tempo che anche l’Italia si adegui”.

Forse questo Paese non merita i nostri giovani, ma nel frattempo Davide è morto di solitudine, incomprensione e sensi di colpa, in un Paese sull’orlo del 2013.

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