Alluvioni, “natura cattiva” o incuria umana?

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di Francesca Rosi

Piemonte, settembre 1948 “Alluvione, 49 morti”. Polesine, novembre 1951 “Alluvione, 84 morti”. Firenze, novembre 1966, “Eccezionale ondata di maltempo, 34 morti, danni inestimabili al patrimonio artistico”. Valtellina, estate 1987 “Alluvione per forti e persistenti piogge esondazione fiume Adda, 53 morti”. Piemonte 5 novembre 1994 “tre giorni di piogge continue, 70 morti e più di 2000 senzatetto”. Veneto, novembre 2010, “Bilancio tragico dopo il maltempo dei giorni scorsi”. Genova, novembre 2011, “Alluvione, esondano i fiumi, sei vittime tra cui 2 bimbi”. Maremma, novembre 2012, “Morti 3 impiegati dell’Enel a causa del maltempo”.

Queste sono solo alcune delle alluvioni che hanno colpito l’Italia negli ultimi anni. Le conseguenze purtroppo sono sempre le stesse: vittime, sfollati, danni al territorio, soprattutto per quanto riguarda strade, coltivazioni e allevamenti. Ogni volta che si manifestano questi episodi, ci si chiede quale sia la causa e perché non si riesca mai a prevedere, o almeno a limitare la quantità dei danni. C’è chi sostiene che le alluvioni così forti dipendano dal cambiamento climatico in corso, ma questa tesi viene confutata da molti studiosi, come Guido Visconti, professore di Fisica dell’Atmosfera e dell’Oceano all’Università dell’Aquila, il quale in un’intervista di un anno fa, in seguito all’alluvione di Genova, spiegò: “Non esiste nessuna prova scientifica che ci siano variazioni nel regime delle piogge o delle nevi”. E aggiunse: “Le infrastrutture diventano sempre più esposte agli eventi meteorologici, che rientrano comunque nella normalità”. Nei fenomeni atmosferici qualcosa sta cambiando, ma non può essere solo questa la causa su cui riflettere: c’è l’eterno tema della cura del territorio, dal dopoguerra ad oggi, in particolare sui fattori che hanno sconvolto l’equilibrio idrogeologico dell’Italia: l’abusivismo edilizio, il disboscamento indiscriminato, la cementificazione, l’abbandono delle aree montane, l’agricoltura intensiva.

Le responsabilità vanno ricercate nelle politiche – sia a livello di amministrazioni locali (Regioni e Comuni ) sia di governo nazionale – troppo poco sensibili alla cura dell’ambiente, ma propense ad alimentare il mercato edilizio senza freni. Si è dovuti dunque intervenire nel corso degli anni, esclusivamente nelle situazioni “imprevedibili” per alluvioni e frane, affrontando l’emergenza, senza però considerare le risorse da destinare per un  programma di salvataggio, partendo dalle zone più dissestate. È interessante quanto ha affermato già un anno fa il Mario Tozzi, geologo del CNR: “Genova è costruita in una baia dove confluiscono cinque fiumi, che però sono stati tutti tombati per costruirci sopra. Ma per non fare danni i fiumi devono respirare. Sin da ora bisogna pensare a una rinaturalizzazione del territorio e dire no ai condoni”.

Le organizzazioni ambientaliste, ormai da parecchi anni, denunciano questo stato di emergenza del territorio italiano chiedendo interventi urgenti di risanamento: in questi ultimi giorni Legambiente ha promosso un appello al Governo nazionale: “Fermando le grandi opere inutili, subito 10 miliardi per la messa in sicurezza del territorio”. La fragilità del territorio italiano davanti a questo genere di eventi quindi  è ben nota a tutti: occorre mettere in pratica un piano nazionale di messa in sicurezza. Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini dopo gli ultimi tragici avvenimenti in Toscana ha presentato un piano di risanamento del territorio alla Commissione Europea: il nostro Paese avrà bisogno di 40 miliardi nei prossimi 15 anni per la gestione del territorio. L’auspicio è che non sia l’ennesimo intervento scaturito dall’emergenza ma l’inizio di una sistematica “manutenzione” di tutto il  nostro Paese.

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