Gli italiani sanno “ceccare” bene i fatti?

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Tre le notizie che hanno colpito il mio lobo frontale stempiato in questi ultimi giorni. Non le proteste alla dichiarazione della ministra Fornero (anche se meriterebbe un approfondimento l’istant blog collettivo di Wil Nonleggerlo) e neppure l’intervista ad Apicella. La prima. Il Corsera ha dato vita ad un nuovo “servizio”: il controllo dei fatti da parte dei lettori/utenti. molto american style. La seconda, l’auto aggressione di una ragazza in americana che ha accusato il KKK di averle dato fuoco. Ultima, e la più importante per me, l’economista Riccardo Puglisi che controlla quanto detto dalla portavoce di Bersani. Tre storie separate e sconnesse tra loro ad una prima lettura, avvenute lo stesso giorno o quasi.

Ma andiamo con ordine. Il fact-checking si sviluppa come metodologia in America, forse da parte di giornalisti con poca fantasia letteraria. Non è però niente di più che un controllo rigoroso delle fonti, per evitare di scrivere o dire scempiaggini, cioè avere quel rispetto della deontologia professionale (quindi metodo che non può esser richiesto a giornalisti amatoriali) del lettore. In Italia come ben sappiamo il problema non esiste, dacché da sempre la stampa nostrana è attenta e precisa. Nonostante ciò il Corriere della Sera sta ospitando sul suo sito un portale di fact-cecking, nato da un progetto della Fondazione Ahref. Sarà che ha la propria sede è nel profondo Nord-Est, a Trento, ma la Fondazione è da sempre attenta a cogliere le evoluzioni più interessanti del giornalismo e della comunicazione.

Il fatto è che vanno a finire nel calderone un concetti diversi. Il controllo dei fatti è un lavoro da giornalisti, che oltre oceano viene affibbiato a quelli più petulanti e con l’aria da professorini. Per capire di cosa parliamo si può leggere The Lifespan of a Fact (La vita media di un fatto) scritto da John D’Agata, giornalista che punta più sul fattore effetto che all’attendibilità di quello che racconta, e Jim Fingal, factchecker della rivista The Believer (un revisore di bozze che invece di correggere i congiuntivi controlla che i fatti raccontati corrispondano alla realtà). Il libro racconta la battaglia tra i due durata sette anni per la pubblicazione di un articolo.

L’approccio italiano è ben diverso, si mischia quella che viene chiamata “la saggezza della folla”, la teoria che sta dietro a Wikipedia per intenderci, e il controllo delle notizie.
I limiti di questo approccio sono notevoli. Il più evidente è che in tempi in cui una notizia si può dare alla velocità di un tweet, il rumore prodotto da lettori di buona volontà che vogliono dare il loro contributo, senza averne le capacità o conoscenze tecniche (se si tratta di un argomento specifico, che so gli Ogm) può ingolfare il lavoro di controllo della notizia. Allo stesso modo se tutti possono dire la loro, senza che ci sia un controllo minimo, c’è il rischio di interferenze inopportune, mosse da interessi particolari. La peer review, tipica in ambito accademico, non può essere funzionale nella produzione della notizia. Anche perché i lettori fanno già il loro dovere, criticando e riportando inesattezze quando fruiscono a valle dei media: non sporchiamo troppo l’acqua.

Detto questo, il progetto Arhef rimane interessante e lungimirante per molte altre ragioni.  Il tempo di un battito d’ali, anche se viene da oltre Atlantico, e una notizia o una bufala arriva in Italia. I fatti sono ormai noti, ben disaminati da non ultimo Luca Sofri. Una ragazza afroamericana denuncia il Ku Klux Klan, reo di averle dato fuoco. Le ustioni comprovano l’aggressione, ma non è chiaro chi sia il colpevole. I giornali Usa riportano la notizia nella cronaca locale, non dandone molto spazio inizialmente. La si fa decantare in attesa di maggiori informazioni dagli investigatori. A breve si voterà per le presidenziali: una notizia di questo  genere è facilmente interpretabile, e sfruttabile, in chiave politica (si era sparsa la voce, infondata, che la vittima dell’aggressione indossasse una t-shirt raffigurante Obama). La ragazza aveva fatto tutto da sola, quindi non si tratta di un problema di razzismo e violenza cieca ma di ben altro. Il Corriere ha dato la notizia sulla sua prima pagine online, e gli altri media italiani l’hanno ripresa fidandosi dell’autorità della testata. Certo è arrivata la smentita, dopo. E chi sa se il KKK si sarà offeso nell’esser stato così infangato…

La questione è delicata, tant’è che neppure il “caso Sallusti” collegato agli argomenti di cui stiamo dibattendo ancora non è risolto del tutto. Neppure si può parlare a sproposito sbandierare parole in inglese di cui a molti sfugge il reale significato: bisogna essere a volte un po’ choosy.

Veniamo all’ultimo punto, il più interessante per me. Tutto è nato (e ancora continua in un certo modo) su Twitter. Riccardo Puglisi ha dato vita ad un dibattito su cosa avesse detto o non detto Alessandra Moretti, vicesindaco di Vicenza e portavoce per le primarie di Bersani. Se un tweet della Moretti si riferisse alle primarie o alle elezioni politiche. Un misunderstanding. Che però Puglisi, che si definisce “arcigno fact-checker” , argomenta in un articolo. A voler esser battagliere e puntigliosi, non si tratta di fact-checking (di quale fatto parliamo) ma di un controllo delle dichiarazioni politiche, anzi di un tweet. Meglio ancora di una riposta, proprio proprio un filino più attenti: il controllo dell’interpretazione della risposta ad un tweet di un’esponente politica di secondo piano. Ancor più puntigliosi passeremmo nel dire che secondo la Carta di Roma (roba da giornalisti) gli “immigrati” dovrebbero esser definiti genericamente come migranti. Questo però c’entra poco con i fatti, si tratterebbe di accanimento di fact-checking. E la povera Moretti poi era stata messa in mezzo” per un altro misunderstanding: aveva attribuito un tweet sessista al sindaco di Firenze e sfidante primario Matteo Renzi. La colpa non è di Twitter. strumento del diavolo, ma dell’Unità che ha dato la falsa notizia (a pensar bene).

Molto rumore per nulla, in fondo. Si chiama ad alta voce il controllo dei fatti, senza capire bene quali siano questi fatti. È tutto un misunderstanding a veder bene. Ché usando parole straniere ci si concentra molto di più sul suono cool che sul significato. Il controllo delle fonti esiste ben prima che venisse scoperta l’America, più o meno dai tempi di Erodoto. Eppure le parole delle Teste Parlanti hanno sempre il loro fascino:‎

“Facts are simple
Facts are straight
Facts are lazy
Facts are late
Facts all come with points of view
Facts don’t do what you want them to”.

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Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
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