Che connessione c’è tra il caso Sallusti e l’arrivo in Italia dell’Huffington Post?

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Due sono le meta-notizie sull’informazione di questi giorni. L’Huffington Post Italia, diretto da Lucia Annunziata, e il rischio del carcere per Alessandro Sallusti, per una vicenda accaduta quand’era direttore di Libero. Al di fuori  degli ambienti giornalistici, queste due notizie non interessano praticamente nessuno (eccezion fatta per uno sparuto gruppo di gufi che vorrebbe Sallusti indossare la divisa degli ergastolani).

Sembra però sfuggito alla maggior parte dei commentatori cosa unisce i due fatti, apparentemente separati tra loro. Julia. Un software, realizzato da un’azienda nata come spin off dell’università di Verona, che dovrebbe ripulire la tastiera di impertinenti blogger affetti da coprolalia. Sallusti dal canto suo rischia 14 mesi di detenzione perché come direttore responsabile ha omesso di controllare un pezzo, un commento, firmato Dreyfus (dietro cui si sospetta si nascondi Renato Farina) in cui si chiedeva la pena di morte per un giudice e i genitori di una tredicenne che aveva abortito. Sallusti non controllò, Annunziata  sub appalta il controllo del linguaggio  dei blogger dell’HP Italia (che non saranno pagati perché considerati commentatori di notizie) ad una macchina di Nlp. Le parolacce offendono: il lettore, l’editore e soprattutto Ad Sense di Google.

La pertinenza viene premiata a scapito dei giochi di parole, delle invenzioni lessicali e dell’umorismo. Questo è il duro lavoro del Seo. Che al’HP “the original” conoscono bene, tant’è che per venti redattori in America c’erano una 50ina di seo all’inizio. La versione italiana da ieri sera è online, e ha all’attivo più o meno 200 blogger, tra cui Veltroni, Paola Concia, Tremonti e Landini. Fa strano leggere in homepage il manifesto terzomondista di Giulio Tremonti e i consigli agli industriali di Maurizio Landini, si vede che Julia non ha avuto nulla da ridire. Conosco abbastanza questi tipo di software, e so che la difficoltà maggiore è quella di tararli nell’operare con  linguaggi poco settoriali, con forti ambivalenze semantiche. Come ad esempio un aggregatore di blog.

Ma soprattutto addestrarli a riconoscere l’ironia, merce rara ormai. Non so se Julia, o altre sue colleghe, sarebbe riuscita a mitigare le parole di Dreyfus (non si trattò di ironia ma al massimo di sarcasmo: e la differenza è la stessa che passa tra un sospiro d’amore e un rutto). Ne dubito. La pena di morte non è oscena, come la parola guerra: al contrario lo sono “sesso”, “orgasmo”, “culo”. Val bene ogni tanto sciacquar i panni in Arno, ma lasciamo riposare in pace anche Lenny Bruce.

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Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
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