La trattativa

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Stare al potere significa anche dover guidare una nave col tempo in tempesta, lontano da porti sicuri. Essere onesti (con se stessi) vuol dire prima di tutto capire da che parte si vuole andare, senza per questo essere esenti da errori. L’accusa di tradimento, o doppio gioco, si solleva facilmente: come il vento della tempesta, e spesso tira in base agli affari che si hanno al momento. Ce n’erano molti a Napoli, quando si stava facendo l’Italia, e ancora lungi da venire erano gli italiani. Come Mazzini, Pio IX, Pisacane, e soprattutto Liborio Romano: colpito a morte da damnatio memoriae. La colpa? Aver brigato con picciotti e capi mafiosi; aver fatto il triplo, gioco tra borboni, sabaudi, camorristi, garibaldini e chiunque altro poteva risultare utile al suo disegno politico. Fare l’Italia, versando meno sangue possibile. Colpevole quindi di realpolitik: ché Romano agì onestamente, sapendo quello che faceva.

Deputato e ministro degli Interni del neo Regno d’Italia, prefetto in quello delle due Sicilie, di cui prima ancora era stato prigioniero nelle carceri quando era carbonaro. Rivoluzionario da giovane e reazionario, o se volete pragmatico, quando i capelli si incanutiscono. Ne parla il libroIl sangue del sud” Bruno Guerri, invocando una piazza o anche una strada (ce ne sono nel Salento) a quello che definisce un eroe risorgimentale. Personaggio ambivalente, certamente cinico e spregiudicato, come altri del tempo (su tutti Nino Bixio, processato lo scorso anno contumace a Bronte, in Sicilia). C’è chi lo ha definito addirittura l’inventore del trasformismo in politica (Perrone  nel suo “Liborio Romano: l’inventore del trasformismo, strumento di Cavour per la conquista di Napoli”).

Torniamo all’imputazione: la trattativa tra Stato e mafia. Romano imprigionato ed esiliato da Ferdinando II viene nominato prefetto dal figlio, re Franceschiello. L’ultimo dei Borboni concede la Costituzione ai napoletani e al resto del suo regno più per paura di Garibaldi che per convinzione. Sospinto in questo anche dalla moglie, Maria Sofia. Romano era l’uomo del momento: liberale ma non troppo, persona fidata ma che aveva contatti con i garibaldini. E così il re gli affida la sicurezza della sua Napoli, oltre che del resto del regno. Romano dal canto suo da’ fiducia a Salvatore De Crescenzo: un importante capo clan. Don Liborio lo fa per una ragione molto semplice: la camorra aveva (ha) un forte controllo territoriale. Grazie al fatto che aveva (ha) occupato un vuoto di potere. Romano arruolò De Crescenzo e i suoi manutengoli, dando loro armi, immunità e una paga. Istituzionalizzò la camorra, o almeno ci provò.

Lo fece per evitare scontri e vivai di ribellione all’arrivo di Garibaldi. Credeva nell’Unità d’Italia e allo stesso modo amava la sua terra. Le armi che finiscono in mano ai camorristi venivano dal Piemonte: le aveva spedite Cavour che voleva armare la popolazione partenopea, incitandola a sollevarsi contro i borboni prima dell’arrivo dell’eroe dei due mondi. Così facendo si sarebbe fermata l’onda rossa dei garibaldini, soprattutto ora che erano vicini ai possedimenti papali. Romano nascose le armi, aspettò che Garibaldi liberasse Napoli e consegnò le armi a De Crescenzo. Non un idealista ma un pragmatico. Cavour che lo ammira lo vorrebbe a capo di un governo provvisorio (prima dell’arrivo dei Mille) così da richiedere l’intervento di Vittorio Emanuele II. Passare da un re ad un altro non è uno scambio che alletti Romano però. E così preferisce i camorristi ai sabaudi. Di ragion di stato non si può parlare ma trattativa, quella ci fu. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi, e ognuno può giudicare come meglio crede. Se oggi poi si dovesse intitolare una piazza a Liborio Romano, la lapide potrebbe riportare i seguenti titoli: massone, rivoluzionario, liberale, giurista, prefetto, unitario, deputato, statista, ministro, traditore, colluso. Per brevità non lo chiameremmo eroe, ma solo italiano. Di professione politico.

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Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
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