La fine dell’Impero Occidentale e le generazioni precarie

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L’Impero degli Stati Uniti si sgretola e i calcinacci piovono sulla testa dell’intero Occidente. La cronaca quotidiana racconta la crisi europea con i drammi quotidiani che riguardano milioni di cittadini, i quali per decenni erano abituati al benessere. Con un orizzonte di crescita costante e la smaccata sensazione che fosse infinita. La fine del mondo bipolare, con il capitalismo made in Usa da un lato e il socialismo reale dell’Urss dall’altro, ha portato il mondo in una direzione sconosciuta. Il 1989, anno simbolico del crollo della contrapposizione tra due universi incomunicabili, è così diventato per paradosso l’inizio del declino di America ed Europa. La fine dell’Impero occidentale, di cui gli Stati Uniti hanno rappresentato il centro.

La “fine” delle fabbriche. La Rivoluzione Digitale ha condotto al superamento dei modelli di produzione tipici dell’epoca industriale. La smaterializzazione della società ha avuto riflessi violenti anche in termini occupazionali. I supporti fisici, costruiti in luoghi ben identificabili (su tutti le fabbriche), hanno lasciato spazio a entità eteree, sfuggevoli per definizione. La produzione è difatti delocalizzata in termini geografici e talvolta priva di ancoraggi concreti, tanto che si accresce la quota di “produzione domestica” (il cosiddetto telelavoro). La dicotomia borghesia-proletariato è evaporata, portando i blocchi sociali allo scioglimento in tante piccole unità. 

Generazioni distanti. L’approdo ideale sarebbe l’utopica Società della Conoscenza con la ricchezza generata dallo scambio di servizi e il conseguente abbandono delle strutture appartenenti alla società industriale. Il principio è affascinante, ma la vexata quaestio è la declinazione da dare al fenomeno. L’epoca della trasformazione, come la Rivoluzione Digitale, è infatti foriera di complicanze difficile da gestire per una classe dirigente abituata a pensare e amministrare secondo gli schemi del passato. Il distacco tra generazioni con lavoratori protetti e generazioni con collaboratori precari (se non disoccupati) è un prodotto di tale situazione.

La Storia contro il quotidiano. La Rivoluzione Digitale si è peraltro coniugata con l’iperglobalizzazione, che ha portato all’arricchimento rapido di Paesi prima ritenuti marginali negli equilibri economici mondiali. L’esempio più evidente è la Cina, ma nel catalogo possono rientrare anche India e Brasile. La consuetudine a osservare i fatti in un’ottica quotidiana, densa di problemi e dolorose vicende personali, non deve arretrare dinanzi alla necessità di scrutare gli eventi con le macro-lenti della Storia. Tra qualche decennio, infatti, la Grande Recessione di inizio secolo corrisponderà all’inizio del declino dell’Impero occidentale. I segni dell‘American way of life resteranno tangibili nell’ambito della società come una componente culturale importante (probabilmente fondante), ma gli occidentali dovranno affrontare l’impoverimento di fronte all’avanzata di nuove forze, che nei secoli vorranno diventare egemoniche.

Governare la “povertà”. Il completamento dei cicli storici va accolto con naturalezza. Ma la qualità dei governanti va misurata sulla base delle misure intraprese per evitare un tracollo economico repentino. L’ineluttabilità del processo non significa l’accettazione passiva della Storia, che tradotta con azioni reali significa impoverimento quasi istantaneo. Con il coraggio delle idee innovative, anche il declino può sembrare meno insopportabile.

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