Il Fiscal Compact? Non interessa. Eppure…

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Il Parlamento europeo di Strasburgo

Il Parlamento approva il Fiscal Compact, ma l’evento storico scivola via sottotraccia, tra gli sbadigli generali e indistinti. Manco se si parlasse un provvedimento di seconda fascia, una robetta che riguarda un settore minoritario della popolazione. Eppure la legge introduce uno strovolgimento epocale per la concezione di sovranità popolare: sulla base di un accordo comunitario, ogni Paese è costretto a inserire il pareggio di bilancio nella propria Costituzione.

Significato. Al di là dell’attuale contingenza economica, in cui i Paesi più indebitati devono mettersi al riparo dal bombardamento speculativo, l’approvazione del Fiscal compact impone una ‘visione ideologica’ ai dettati costituzionali. Quindi per sempre. L’approccio liberista-rigorista, difatti, non diventa più appannaggio di una o più parti politiche, ma diventa un elemento giuridico fondante dello Stato: la Costituzione; il testo-base che regola la vita dei cittadini di un Paese. I governi nazionali, quindi, saranno relegati alla funzione secondaria di “gestione dell’esistente”, senza avere la forza di sviluppare misure di stimolo all’economia: semplicemente perché lo sforamento del tetto di spesa andrebbe contro la stessa Carta costituzionale.

Dibattito nullo. Tra le tante misure che impone il Fiscal compact c’è la necessità di abbattere il debito in tempi rapidi, nonostante la recessione in atto. L’esito è una spirale di impoverimento senza fondo. La norma è di una tale portata che avrebbe reso necessario un dibattito ampio nell’opinione pubblica. Invece, prima il Senato e poi la Camera hanno ratificato il trattato in un clima indolente. Per molto meno, la società civile aveva eretto barricate. Nella fattispecie ha osservato annoiata all’introduzione di una norma ideologica, in senso liberista-rigorista, nella Costitituzione. Quella Carta che dovrebbe mantenere la maggior equidistanza possibile per essere di tutti.

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