Una sana autocritica di chi fa informazione

Pubblicato il da

Enrico Mentana

È giunto il momento di fare un po’ di sana autocritica. Ci vuole, ogni tanto. E la pratica – assai poco praticata (il gioco di parole è fortemente voluto) – non deve riguardare esclusivamente “noi” giornalisti, ma tutti “noi altri” che volenti o nolenti facciamo informazione online. I primi e i secondi, quindi. Tutti insieme.

Il giornalismo sta cambiando, le nuove tecnologie permettono un rapido fact-checking dei contenuti divulgati e i vari bla bla bla del caso di cui abbiamo già scritto e appreso in passato. Raramente, però, si prende in considerazione un’ulteriore variabile del fare informazione online, che è la velocità di reazione. Vale a dire, così capiamo di cosa stiamo parlando, la verità assoluta che è dentro di noi, l’onniscienza che esalta l’ego presente negli individui, pronta e servita in men che non si dica.

La crisi economica ci ha reso tutti conoscitori di finanza. Un incidente nautico, dei fantastici lupi di mare e un attentato, dei profondi esperti di antimafia. Al punto che, a pochi minuti dai fatti di Brindisi, avevamo già sentenziato su Twitter o su Facebook o su entrambi i social network senza capire minimamente la realtà degli eventi. Peggio hanno fatto coloro che si sono dati ai voli pindarici, paventando improbabili complotti pluto-giudaici-massonici.

Certo, viviamo giornate convulse. I media propinano da diverse settimane la solita solfa: i suicidi a causa della crisi economica, gente che compie gesti estremi tipo barricarsi all’interno di una sede di Equitalia armata fino ai denti, il rischio tensione sociale (sobillato un pochino dalle stesse istituzioni). Lungi da noi derubricare l’attuale contesto socio-economico a mero esercizio linguistico, ma qualcosa sta sfuggendo di mano, anzi, di penna, a chi è preposto a raccontare i fatti.

Prendiamo proprio i suicidi legati alle difficoltà economiche, ad esempio. In generale, dal 2008 ad oggi, il numero dei suicidi è effettivamente aumentato (dai 2.828 di quell’anno si è passati ai 3.048 del 2010). Ma le statistiche di Polizia e Carabinieri, rielaborate dall’Istat, dicono chiaramente che i “suicidi economici” (187 nel 2010) sono un capitolo non così preoccupante, almeno non più di altri moventi (come i problemi affettivi, per dire). Significa, in soldoni, che il fenomeno non è nuovo e che, forse a causa del clamore di qualche recente avvenimento, media e centri studi hanno enfatizzato fin troppo determinati casi, incuranti del cosiddetto effetto Werther.

I giornalisti hanno la loro fetta di responsabilità, però tra coloro che si ergono al di sopra delle parti (e che tali non sono) non è che vada tanto meglio. Nelle ultime ore sono circolate immagini del presunto attentatore di Brindisi sui social network, salvo poi asserire l’errore. La fretta è una brutta bestia e questo non è giornalismo, né partecipazione, né controinformazione. È sciacallaggio che parte dal basso e raggiunge la scena mainstream (o che all’occorrenza compie il percorso inverso).

O ci diamo tutti una calmata, o saremo complici dell’aggravamento di una situazione comunque di non facile gestione. Che è presente nell’aria, nessuno la nega. Ma c’è modo e modo di raccontarla.

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