Ma l’antipolitica è la politica stessa

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Parola d’ordine: antipolitica. Neanche fosse un topic trend su Twitter, negli ultimi tempi i giornali hanno riempito le loro pagine con titoloni in cui questo termine suonava a morte, quasi a voler mettere in guardia gli italiani. Finire nelle mani di un Beppe Grillo qualsiasi sarebbe una mazzata da cui non ci rialzeremmo. Lo spread? Andrebbe a mille punti base. La credibilità internazionale? Torneremmo ad essere il Paese di Pulcinella. E l’articolo 18? Ci sarebbero protezioni tout court per cui, se il datore di lavoro volesse licenziarti, dovrebbe armarsi di lupara e tirarti una revolverata.

Peccato che a parlare di «antipolitica» come di un virus pronto a diffondersi – e per cui non esiste una cura – siano quelli che il batterio lo hanno creato in laboratorio. Che in questo caso è il Parlamento. Il che porta a domandarsi: ma siamo sicuri che l’antipolitica non sia la politica stessa? Analizziamo quanto accaduto in questi ultimi mesi: lo scandalo Lusi, poi quello della Lega, e infine la diatriba sui rimborsi elettorali. Eliminarli? Macché! Anzi, estendiamoli pure alle primarie. E mi raccomando, sbrighiamoci a prendere la rata del 2012, prima che magari qualcuno ci ripensi e quei soldi finiscano in qualche fondo per aiutare le Pmi.

Tutti accadimenti, quelli citati poc’anzi, che hanno contribuito ad abbattere la già scarsa credibilità dei nostri governanti. E i colpevoli sono ancora lì: l’ex tesoriere della Margherita va in Senato con il suo prezioso iPad, Bossi continua a mostrare il dito medio verso i giornalisti, e gli schieramenti – eccezion fatta per alcune mosche bianche, come i Radicali – si fregano le mani in attesa che lo Stato gli versi quei soldi senza cui, dicono, finirebbero nelle mani delle lobbies. E la politica, di conseguenza, diventerebbe terreno fertile per ricconi spietati e bramosi di leggi ad personam. Come se ciò non avvenisse già, o se i loro portafogli piangessero miseria. Ma questo è un altro paio di maniche.

Fra il comico e l’irritante quanto dichiarato dagli esponenti del Partito democratico negli ultimi giorni. Prima “Gigi” Bersani si è fatto portavoce dei tre dell’Ave Maria, avvisando che l’eliminazione dei rimborsi elettorali sarebbe un «drammatico errore» (un drammatico errore!); poi Rosy Bindi, presidente dei democrat, con una metafora da voto 10 ha detto che «a una macchina in corsa puoi chiedere di rallentare, non di fermarsi. E se non arriva almeno una tranche dei rimborsi previsti si rischia di non arrivare alla campagna elettorale». Il migliore di tutti è stato però il tesoriere Ugo Sposetti: «I 100 milioni di luglio vanno incassati tutti, senza esitare, perché bisogna attrezzarsi per la campagna elettorale del 2013». Beati loro che pensano a quanto accadrà fra dodici mesi, visto che ci sono migliaia di famiglie che non sanno se ce la faranno ad arrivare alla fine del mese. Ma andiamo avanti.

Sempre sul fronte Pd, pochi giorni fa mi sono trovato a presenziare ad un interessante dibattito (la presentazione del libro della giornalista Eleonora Voltolina, dal titolo Se potessi avere mille euro al mese) a cui era presente anche un illustre esponente del partito, Pietro Ichino. Mi aspettavo di ascoltare parole diverse, e invece ho dovuto sentir ripetere le solite storielle. «Il governo Monti ha fatto in una settimana quello che la politica non è stata capace di fare in quindici anni»; «I giovani italiani sono ancorati ai loro sogni, mentre in Paesi come la Svezia si rimboccano le maniche e fanno anche i lavori umili»; «In Italia ci sono facoltà come Scienze motorie e Scienze della Comunicazione che creano disoccupazione». Tutto qui? Pare proprio di sì. Però, già che c’ero, ho fatto notare al professore che: a) Se Monti ha fatto in una settimana qualcosa di epocale, e la politica non ci è riuscita nell’arco temporale da lui indicato, allora parlare di «fallimento» dei nostri governanti non è un’eresia, ma un dato di fatto; b) La Svezia investe in Ricerca e Sviluppo il 3,62% del Pil, noi l’1,26. Dovremmo parlare di «drammatico errore» anche in questo caso; c) I dati di Almalaurea, il consorzio interuniversitario che annualmente analizza la condizionale occupazionale dei laureati, dicono che facoltà come quelle da cui elencate non creano disoccupazione, ma che anzi hanno una percentuale di occupati superiore alla media. Dunque, detto alla romana, de che stamo a parlà?

E sul fronte opposto, quello del Pdl? Peggio che andar di notte. Il giorno in cui Berlusconi diceva in aula, a Milano, che quelle fatte a casa sua non erano orge ma «gare di burlesque»  – cosa c’entrino le ragazze vestite da poliziotto con le gare di burlesque il Cavaliere prima o poi ce lo spiegherà –, il segretario del partito Alfano annunciava «una grossa novità che cambierà la politica italiana». Che, si augurano in molti, sia la loro uscita di scena. Per sempre.

Twitter: @GiorgioVelardi

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Giorgio Velardi

Informazioni su Giorgio Velardi

Giorgio Velardi, classe ’86, è un giornalista romano. E' stato redattore del settimanale “Il Punto”, per cui si è occupato di politica interna e attualità, ha collaborato con il settimanale di cronaca e cultura sportiva “Terzo Tempo”, con il portale “Soccer Magazine”, con il magazine “Turbo arte” e con “Radio Sapienza”, la web radio del primo ateneo della Capitale. Da luglio a novembre 2010 ha fatto parte della redazione di “Sky Sport24”, il telegiornale sportivo all news della piattaforma satellitare.
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