La testardaggine dell’iper liberismo

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Superare la crisi innescata dal turbocapitalismo con una spinta ipercapitalista. Il paradosso delle ultime settimane sta rivelando in maniera drammatica tutta la pochezza culturale che ammanta gli organi deputati al governo dell’economia mondiale. Il primo attacco è partito dal numero uno della Bce, Mario Draghi, che in un’intervista ha bollato come “superato” il sistema europeo, proponendo come soluzione una mistura di tagli e liberalizzazioni sfrenate. Di fronte alla recessione, quindi, l’unica azione possibile per il banchiere che dirige l’Eurotower è l’attuazione di misure che strangolano ulteriormente l’economia. La seconda bordata è stata sganciata dal Fondo monetario internazionale che ha accusato la longevità come potenziale causa del crollo sistemico. Si vive troppo e gli anziani pesano sui bilanci statali, facendo vacillare la fiducia dei mercati, supremi decisori delle sorti dei Paesi.

Limiti. La posizione dei due organismi (che sposa l’ideologia rigorista della Germania) rivela una cieca adesione al mercatismo. L’immenso limite, infatti, risiede nell’incapacità di leggere i fenomeni in atto seguendo una logica di sfaldamento dell’intero meccanismo capitalista, che nella sua ipertrofia bulimica ha finito per divorare se stesso. C’è nella Bce e nel Fmi una testardaggine iper liberista, incapace di sviluppare un processo alternativo che possa giungere a una concreta soluzione del problema. La mania della statistica è un sintomo evidente della patologia culturale propagatasi in Occidente. Le persone sono numeri, cifre, percentuali. Il recente caso degli esodati in Italia è un esempio lampante. Come lo è l’ostinata visione tecnicistica per cui occorre “tagliare” la spesa con l’obiettivo di mettere in sesto il bilancio (ancora numeri), impoverendo di fatto la popolazione.

Progetto. L’alternativa reale prospetta il depotenziamento del mercatismo sregolato: non devono essere gli speculatori ad assegnare pagelle di affidabilità ai Paesi. Il progetto di effettivo rinnovamento deve prevedere un passaggio graduale di riequilibrio della spesa sociale (perché gli sprechi e l’assistenzialismo devono essere giustamente combattuti) in un’ottica di sviluppo che non sia meramente numerica, ma che tenga in conto dei servizi garantiti alla cittadinanza; avere i conti a posti ma le persone abbandonate al proprio destino è un comportamento primitivo e crudele. La felicità, insomma, non può essere misurata in termini reddituali, bensì deve essere valutata all’interno di un contesto di coesistenza comunitaria. In tale scenario anche un discorso di non-crescita può assumere una forma diversa. Per quanto sia complicato come progetto, appare l’unico modello attuabile invece della proposta della ricetta che ha condotto l’Occidente sull’orlo del baratro. E in balia dei famelici mercati.

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