La riforma del mercato del lavoro, tra politica e realtà

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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con Mario Monti e la ministra Elsa Fornero

Il governo Monti mette un altro tassello per completare il suo puzzle di riforme. Il provvedimento che cambia il mercato del lavoro è stato presentato ieri in un clima festante. Dopo tante tensioni e forti polemiche, l’esecutivo è riuscito a trovare il punto di equilibrio per accontentare le forze parlamentari che lo sostengono. L’articolo 18 viene in gran parte salvaguardato: il lavoratore può fare ricorso in caso di licenziamento per motivi economici e non spetta a lui l’onere della prova. Con la riforma i tecnici hanno fatto l’en-plein, realizzando le principali mosse per cui sono stati chiamati a “salvare l’Italia”.

Storia. Mario Monti, quindi, sta scrivendo la storia del Paese, realizzando cambiamenti di cui si è discusso per anni in maniera vana. Al di là del giudizio sulle misure proposte, il governo ha centrato i propri obiettivi cardinali: varare una manovra, riformare le pensioni, liberalizzare il mercato e infine cambiare il mondo lavoro italiano. Sotto il profilo politico, insomma, l’attuale fase è destinata a entrare nella storia per i grandi mutamenti apportati.

Realtà. Immaginiamo, pertanto, che tra 50 anni un giovane studente legga un libro di storia e si documenti sull’operato dell’esecutivo tecnico. Il risultato sarà di una inevitabile esaltazione del periodo, vista la velocità di esecuzione con cui sono stati affrontati i temi cruciali del sistema economico italiano. Eppure, basta sfogliare un giornale per comprendere come la realtà sia molto diversa rispetto alle rappresentazioni edulcorate di un governo iper attivo. La congiuntura economica sta dispiegando i suoi effetti peggiori, mettendo le persone in una condizione di disperazione. I suicidi “da crisi” sono ormai una terrificante tendenza sociale. E la speranze è che sia registrata nei libri di storia come una controindicazione dell’austerità “salva-Italia”.

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