Il dibattito surreale sulle primarie di bottega

Le primarie di Palermo hanno fatto deflagrare le tensioni nel Partito democratico. La vittoria di Fabrizio Ferrandelli contro Rita Borsellino, candidata di Pd, Idv e Sel, ha addirittura fatto avanzare l’ipotesi di dimissioni di Bersani.

Il risultato è stato accolto con ovvio disappunto dalla segreteria, in quanto si è sommato alla debacle di Genova dove l’indipendente Marco Doria, con il supporto di Nichi Vendola, ha “doppiato” le duellanti democratiche Marta Vincenzi e Roberta Pinotti. Secondo la tesi di alcuni, Bersani dovrebbe lasciare la sua carica, perché ha perso una competizione interna in cui comunque si era “speso” per l’eurodeputata. Un dibattito davvero surreale, che denota la scarsa cultura delle primarie.

La selezione del candidato, infatti, deve essere una competizione anche forte, ma che non deve comportare insanabili rotture nei partiti né tantomeno stravolgimenti dirigenziali. Altrimenti è meglio chiamarle “rese dei conti anticipate” e non più primarie. Se la segreteria nazionale offre il sostegno a uno dei concorrenti, non significa che questi debba vincere, sennò la contesa perderebbe il proprio senso; e si finirebbe per parlare di “primarie pilotate” (come è avvenuto per Prodi e Veltroni o in tante altre realtà locali).

Insomma, il problema è relativo al concetto stesso di primarie nel centrosinistra: la scelta del candidato viene interpretata come una sorta di Giudizio Divino su scala nazionale. Una valutazione che è conseguenza della mania di strumentalizzazione: un vizio italico dei partiti, che rischia solo di portare alla loro dissoluzione.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI